Era l’aprile del 1986 quando l’esplosione di un reattore a Cernobyl causò il più grave disastro legato all’energia nucleare per scopi civili. Chi ha vissuto quel periodo ricorda bene cosa significa dover sfuggire ad un nemico assolutamente impercettibile ai sensi. Ansia e frustrazione accompagnavano le nostre giornate in attesa dei dati ufficiali sulla radioattività. Nel 1987, con un referendum, sull’onda della paura, gli italiani dissero no al nucleare.
Era il 1986 quando Ulrich Beck diede alle stampe un testo fondamentale di analisi sociale “La società del rischio”. Fin dalle prime righe l’autore mette a fuoco un tema fondamentale: «Nella società avanzata la produzione sociale di ricchezza va di pari passo con la produzione sociale di rischi.» Rischio e crescita economica sono indissolubilmente legati, tanto da fargli avanzare l’ipotesi che si sarebbe passati da una società classista ad una “società del rischio”.

Oggi è inattuale appellarsi al problema della distribuzione della ricchezza perché, in parallelo, si estende la consapevolezza che le sorgenti della ricchezza sono inquinate. «Nel processo di modernizzazione si sprigionano sempre più forze distruttive.» Non si può fare appello alla “razionalizzazione” per comprendere la realtà. Calcolabilità, efficienza e prevedibilità non sono più possibili: nella società del rischio il danno collaterale allo sviluppo non è prevedibile, e riguarda intere generazioni a venire.
I rischi della radioattività sono invisibili e sono soggetti a interpretazione secondo i periodi. Su di essi il dibattito pubblico, la politica e i media possono ridurli, cambiarli, ingrandirli, minimizzarli. Quindi, chi è deputato alla definizione dei rischi assume posizioni chiave in termini sociali e politici.
Mentre si aspira alla ricchezza della società (beni di consumo, reddito, accesso all’istruzione sono beni desiderabili), «al contrario, i rischi sono un prodotto secondario della modernizzazione» una «indesiderabile abbondanza che va eliminata, o negata, o reinterpretata», sottolinea Beck. I pericoli subiscono il filtro delle interpretazioni, hanno bisogno di mediatori attraverso teorie, esperimenti, strumenti di misurazione, ecc. E anche il rischio nucleare si sottrae alla capacità umana di percezione. «Nella definizione del rischio il monopolio della razionalità della scienza viene infranto» aggiunge il sociologo tedesco.
Ora, se la razionalità della scienza si muove su criteri probabilistici, bisogna prendere atto che non è orientata ai valori, ma tratta i dati in modo asettico e in maniera tale da minimizzare i rischi con presunta razionalità. Ma, afferma Beck: «Quando basta un solo incidente (nucleare) per essere annientati, anche una probabilità minima è pur sempre troppo alta.» Nel tentativo da parte del potere politico di far accettare il rischio rientra anche l’argomento della relativizzazione del rischio stesso: un prodotto pericoloso può essere difeso drammatizzando i rischi di un altro prodotto (ad esempio: gli idrocarburi sono molto più dannosi, in termini di riscaldamento globale, rispetto al nucleare). Questo è uno dei falsi argomenti che proprio adesso vengono riproposti.

«Quando basta un solo incidente (nucleare) per essere annientati, anche una probabilità minima è pur sempre troppo alta.»
In effetti, la sintesi proposta dal sociologo tedesco 40 anni fa è ancora di una attualità sorprendente: la ricchezza a cui tendere è tangibile, i rischi sono irreali perché il centro della coscienza del rischio non è nel presente ma nel futuro.
E qui ritorniamo alla paura che, nel 1987, in Italia fece assumere una determinante coscienza del rischio, ovvero del passaggio dalla società classista a quella del rischio. Si passa dall’«ho fame», all’«ho paura». Quindi, «al posto della comunanza indotta dalla penuria subentra la comunanza indotta dalla paura. (…) la solidarietà della paura nasce e diventa una forza della politica» (…)» afferma Beck, che poi si chiede: «Ma non sarà questa comunanza una base troppo incerta per i movimenti politici? Le comunanze per paura non si prestano forse ad essere spazzate via già dal tenue venticello della controinformazione?»
La paura del 1986 si è estinta, divorata dalla lontananza nel tempo e dalla manipolazione del potere politico e scientifico. E così, con capacità profetiche, ritroviamo gli argomenti che annunciano il ritorno al nucleare qui in Italia.
