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	<description>ExPost / Meglio tardi che mai</description>
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		<title>Il produttore intransigente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giancarlo Meo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 17:52:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scene al buio, dialoghi non doppiati, inseguimenti e scritte finali: ecco un breve elenco delle scelte dei registi che risultano incomprensibili agli spettatori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Sono un cinefilo e spesso mi trovo &#8211; come tanti &#8211; a subire scelte dei registi che trovo incomprensibili. E ho pensato di stilare un breve elenco di quegli aspetti nella realizzazione di un film su cui sarei intransigente se fossi un produttore:</p>



<h3 class="wp-block-heading">SCENE AL BUIO</h3>



<p class="wp-block-paragraph">In alcuni film si sceglie di girare numerose scene al buio per rendere più realistica la vicenda o, più spesso, per creare un ambiente di suspense. È ovvio che il buio stimoli certi angoli della nostra mente collegati alla paura, probabilmente perché i residui del nostro istinto animale ricordano che molti predatori cacciano di notte, ed è quindi probabile che il regista adotti questo espediente tecnico con quel preciso obiettivo. Il problema è che un film è arte visiva e, se non si vede niente, difficilmente si potrà seguire lo sviluppo della trama e avere una qualsiasi reazione emotiva. Magari un’illuminazione artificiale potrebbe risultare poco realistica in certi contesti, ma è forse meglio che lo spettatore segua con difficoltà quello che succede? Tra l’altro, né Hitchcock né Brian De Palma, i principali maestri della suspence, ricorrevano a scene girate al buio pesto per mettere paura: se sei bravo, la tensione la crei anche in piena luce.</p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="624" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=980%2C624&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1007 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=1024%2C652&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=300%2C191&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=768%2C489&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=640%2C407&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=785%2C500&amp;ssl=1 785w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Hitchcock e Brian De Palma non ricorrevano a scene girate al buio pesto per mettere paura: se sei bravo, la tensione la crei anche in piena luce</p>
</blockquote>
</div></div>



<h3 class="wp-block-heading">DIALOGHI NON DOPPIATI</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è una pecca in particolare di alcuni film italiani alla ricerca del realismo, come ad esempio in alcune pellicole di Pupi Avati. In moltissimi film le scene con dialoghi sono doppiate in post produzione, per rendere il suono pulito e perfettamente comprensibile. Alcuni registi però ritengono che i dialoghi in presa diretta siano più naturali. Una considerazione condivisibile, a patto che nel cast ci siano Vittorio Gassman o Arnoldo Foà, attori con impostazione teatrale in grado di scandire le battute e tenere al tempo stesso il tono della voce abbastanza alto da essere perfettamente comprensibile anche per lo spettatore seduto in ultima fila. Quando la presa diretta viene adottata in film nei quali recitano attori alle prime armi, se non addirittura semi-professionisti, intere battute &#8211; magari fondamentali per lo sviluppo dei personaggi o per la comprensione della trama – potrebbero risultare del tutto incomprensibili, a meno di non disporre dei sottotitoli. &nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading">INSEGUIMENTI</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chiunque abbia visto almeno un film d’azione, soprattutto made in Usa, ha dovuto assistere ad un inseguimento in auto più o meno catastrofico che può coinvolgere dalle 2 alle 500 auto (il record è di un film della serie Transformer con 532 auto danneggiate in un’unica sequenza). Solitamente, inoltre, buona parte dell’inseguimento avviene nella corsia di marcia opposta. Trattandosi di uno standard usato in centinaia di film, anche adottando le più avanzate tecnologie digitali, un inseguimento che superi i 3 minuti – a meno che non sia il primo film del genere che vedi in vita tua &#8211; diventa francamente noioso e appare un semplice pretesto per riempire tempo, senza aggiungere niente alla narrazione o all’emozione. Poco cambia che ad inseguirsi siano auto, camion, moto, slitte o astronavi, o che gli stuntman sporgano quasi interamente dai finestrini o salgano in piedi sul tetto del veicolo: al quarto minuto di inseguimento parte lo sbadiglio o si cerca il tasto per andare avanti velocemente….</p>



<div class="wp-block-media-text has-media-on-the-right is-stacked-on-mobile"><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Un inseguimento che superi i 3 minuti diventa noioso. Al quarto minuto parte lo sbadiglio o si cerca il tasto per andare avanti velocemente</p>
</blockquote>
</div><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="606" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/07/Schermata-2026-07-14-alle-20.10.17.png?resize=980%2C606&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1915 size-full"/></figure></div>



<h3 class="wp-block-heading">SCRITTE FINALI</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è l’aspetto più irritante di tutti, in grado di cambiare il giudizio su un film che magari era stato molto bello. In qualche caso, soprattutto quando è tratto da una storia vera, alla fine del film, poco prima che scorrano i titoli di coda, appaiono delle scritte che spiegano allo spettatore l’evoluzione della storia. In effetti, è più che lecito pretendere di sapere quale sia stato l’epilogo di una vicenda alla quale si sono dedicate quasi 2 ore della propria vita, anche quando il regista ha deciso di farcelo conoscere non con immagini in movimento ma con scritte esplicative. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero mistero, però, è perché queste scritte, decisive, siano alternativamente o contemporaneamente: troppo piccole, troppo veloci, troppo sintetiche. Si potrebbe avere almeno il buon gusto di informare lo spettatore con scritte a caratteri sufficientemente grossi da essere leggibili per una popolazione mediamente anziana e che appaiano sullo schermo per una durata sufficiente a consentirne la lettura integrale. E passi quando il film lo vediamo in tv, sul tablet o sul pc, e possiamo mettere in pausa per poter leggere su un fermo immagine, ma per il cinema non c’è nessuna scelta artistica o espediente tecnico che tenga: si tratta di incuria e mancanza di rispetto per lo spettatore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fossi un produttore, bloccherei l’uscita di un film finché le scritte finali non fossero rese sufficientemente leggibili per tutto il tempo necessario ad un bambino di seconda elementare.</p>
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		<title>Passata la paura si torna al nucleare?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaetano Munno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 16:16:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Explicit]]></category>
		<category><![CDATA[Cernobyl]]></category>
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		<category><![CDATA[La società del rischio]]></category>
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		<category><![CDATA[referentum 1987]]></category>
		<category><![CDATA[rischio]]></category>
		<category><![CDATA[Ulrich Beck]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’esplosione della centrale di Cernobyl, gli italiani, nel 1987, dissero no al nucleare, che oggi si vorrebbe reintrodurre. Come mai? La paura di quei giorni si è estinta? La risposta la diede il sociologo Beck 40 anni fa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Era l’aprile del 1986 quando l’esplosione di un reattore a Cernobyl causò il più grave disastro legato all’energia nucleare per scopi civili. Chi ha vissuto quel periodo ricorda bene cosa significa dover sfuggire ad un nemico assolutamente impercettibile ai sensi. Ansia e frustrazione accompagnavano le nostre giornate in attesa dei dati ufficiali sulla radioattività. Nel 1987, con un referendum, sull’onda della paura, gli italiani dissero no al nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era il 1986 quando Ulrich Beck diede alle stampe un testo fondamentale di analisi sociale “La società del rischio”. Fin dalle prime righe l’autore mette a fuoco un tema fondamentale: «Nella società avanzata la produzione sociale di ricchezza va di pari passo con la produzione sociale di rischi.» Rischio e crescita economica sono indissolubilmente legati, tanto da fargli avanzare l’ipotesi che si sarebbe passati da una società classista ad una “società del rischio”.<br></p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained"><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="627" height="1024" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6571.jpg?resize=627%2C1024&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1839" style="aspect-ratio:0.6123111045586062;width:166px;height:auto"/></figure>
</div></div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi è inattuale appellarsi al problema della distribuzione della ricchezza perché, in parallelo, si estende la consapevolezza che le sorgenti della ricchezza sono inquinate. «Nel processo di modernizzazione si sprigionano sempre più forze distruttive.» Non si può fare appello alla “razionalizzazione” per comprendere la realtà. Calcolabilità, efficienza e prevedibilità non sono più possibili: nella società del rischio il danno collaterale allo sviluppo non è prevedibile, e riguarda intere generazioni a venire.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">I rischi della radioattività sono invisibili e sono soggetti a interpretazione secondo i periodi. Su di essi il dibattito pubblico, la politica e i media possono ridurli, cambiarli, ingrandirli, minimizzarli. Quindi, chi è deputato alla definizione dei rischi assume posizioni chiave in termini sociali e politici.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre si aspira alla ricchezza della società (beni di consumo, reddito, accesso all’istruzione sono beni desiderabili), «al contrario, i rischi sono un prodotto secondario della modernizzazione» una «indesiderabile abbondanza che va eliminata, o negata, o reinterpretata», sottolinea Beck. I pericoli subiscono il filtro delle interpretazioni, hanno bisogno di mediatori attraverso teorie, esperimenti, strumenti di misurazione, ecc. E anche il rischio nucleare si sottrae alla capacità umana di percezione. «Nella definizione del rischio il monopolio della razionalità della scienza viene infranto» aggiunge il sociologo tedesco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, se la razionalità della scienza si muove su criteri probabilistici, bisogna prendere atto che non è orientata ai valori, ma tratta i dati in modo asettico e in maniera tale da minimizzare i rischi con presunta razionalità. Ma, afferma Beck: «Quando basta un solo incidente (nucleare) per essere annientati, anche una probabilità minima è pur sempre troppo alta.» Nel tentativo da parte del potere politico di far accettare il rischio rientra anche l’argomento della relativizzazione del rischio stesso: un prodotto pericoloso può essere difeso drammatizzando i rischi di un altro prodotto (ad esempio: gli idrocarburi sono molto più dannosi, in termini di riscaldamento globale, rispetto al nucleare). Questo è uno dei falsi argomenti che proprio adesso vengono riproposti.<br></p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-bottom" style="grid-template-columns:23% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="390" height="498" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6572.png?resize=390%2C498&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1840 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6572.png?w=390&amp;ssl=1 390w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6572.png?resize=235%2C300&amp;ssl=1 235w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Quando basta un solo incidente (nucleare) per essere annientati, anche una probabilità minima è pur sempre troppo alta.»</p>
</blockquote>
</blockquote>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, la sintesi proposta dal sociologo tedesco 40 anni fa è ancora di una attualità sorprendente: la ricchezza a cui tendere è tangibile, i rischi sono irreali perché il centro della coscienza del rischio non è nel presente ma nel futuro.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui ritorniamo alla paura che, nel 1987, in Italia fece assumere una determinante coscienza del rischio, ovvero del passaggio dalla società classista a quella del rischio. Si passa dall’«ho fame», all’«ho paura». Quindi, «al posto della comunanza indotta dalla penuria subentra la comunanza indotta dalla paura. (…) la solidarietà della paura nasce e diventa una forza della politica» (…)» afferma Beck, che poi si chiede: «Ma non sarà questa comunanza una base troppo incerta per i movimenti politici? Le comunanze per paura non si prestano forse ad essere spazzate via già dal tenue venticello della controinformazione?»<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">La paura del 1986 si è estinta, divorata dalla lontananza nel tempo e dalla manipolazione del potere politico e scientifico. E così, con capacità profetiche, ritroviamo gli argomenti che annunciano il ritorno al nucleare qui in Italia.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>In onore dell&#8217;iconica Quant, Flocco ci dà un taglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 16:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ex Libris]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Ex Post]]></category>
		<category><![CDATA[ExPost]]></category>
		<category><![CDATA[expost.blog]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Flocco]]></category>
		<category><![CDATA[inventrice minigonna]]></category>
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		<category><![CDATA[stilista inglese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scrittrice napoletana Federica Flocco ha condensato la vita, anzi lo spirito, dell'iconica stilista inglese Mary Quant in un libricino che parla di donne, di libertà e anche un po' della sua vita. Il risultato è... </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Con questo testo aspiro al record della recensione più corta di sempre, in onore di Mary Quant, che i vestiti li accorciava, e soprattutto di Federica Flocco, che ha condensato la vita, anzi lo spirito, dell’iconica stilista inglese (inventrice della minigonna) nel brevissimo libricino dall’insolito titolo “Mary Quant” (edito da Marotta&amp;Cafiero). La narrazione è così concentrata (sebbene esauriente), che fate prima a leggere il libro che a sorbirvi la trama rimasticata in una pallosa rubrica letteraria. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanto ve lo dico io: Federica parla di donne, di libertà, e anche un po’ di sé stessa. È un libro bellissimo e appassionante. È una ventata di fresco. Ed è autentico. Se dovessi sbagliarmi, mi scuso, ma non ve ne dorrete molto, visto che il prezzo di copertina è praticamente simbolico. Non resta che ringraziare l’autrice per averci emozionato.</p>
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		<title>Bacone, il labirinto e l’intelligenza artificiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaetano Munno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:05:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Explicit]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[bacone]]></category>
		<category><![CDATA[Dedalo]]></category>
		<category><![CDATA[Ex Post]]></category>
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		<category><![CDATA[Francis Bacon]]></category>
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		<category><![CDATA[Magnifica humanitas]]></category>
		<category><![CDATA[Minotauro]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Leone XIV]]></category>
		<category><![CDATA[Pasifae]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'umanità è minacciata dall'intelligenza artificiale, che può diventare strumento di dominio in mano a pochi, come sostiene Papa Leone? O dovremmo dare retta al filosofo Bacone, il quale riteneva che la tecnica offre congiuntamente sia il male che il rimedio al male?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Intelligenza artificiale, nuova sfida sul cammino dell’uomo. Questo il senso e l’allarme della enciclica “Magnifica humanitas”, che invoca la «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», umanità minacciata da uno strumento che condiziona le esistenze, che prende decisioni e che diventa utensile di dominio in mano a pochi.<br>Papa Leone XIV chiede di liberare l’IA da logiche che la trasformino in dispositivo di supremazia, esclusione o morte e invoca il «disarmo» delle tecnologie perché si pongano al servizio del «bene comune».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ripresenta un antico problema, vecchio quanto l’avvento di quelle che un tempo si chiamavano “arti meccaniche”, ora tecnologie, e che per la filosofia del novecento diventa “La questione della tecnica”. Quello che il filosofo Paolo Rossi, parlando di Bacone, definisce il «rischio che si corre, per ogni tentativo che l’uomo fa per migliorare la sua condizione di vita». La consapevolezza di questo rischio è già ben presente nel filosofo inglese, da sempre definito il precursore della rivoluzione industriale, fautore di quel progresso che avrebbe dovuto far acquisire all’umanità delle condizioni di vita migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio qui il punto, Bacone non è così sprovveduto da non comprendere i rischi insiti in ogni progresso tecnologico. C’è un testo, tra quelli meno celebrati, Il <em>De sapientia veterum</em> (Sulla sapienza degli antichi), che si rivolge all’analisi del mito e che rivela quante verità filosofiche e scientifiche contenessero quelle narrazioni. Il filosofo sembra quasi voler dimostrare come il progresso si muova sempre nell’ambito di questi racconti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui diventa chiarificatrice la figura di Dedalo, il personaggio mitico dalle grandi capacità tecniche. La storia è nota, Dedalo «costruì infatti per la libidine di Pasifae una macchina che le permettesse di unirsi ad un toro: in tal modo dalla scellerata industria e dal pericoloso ingegno di quest’uomo trasse la sua infelice ed infame origine il mostruoso Minotauro che divorava la nobile gioventù.» Ma Dedalo fece una seconda cosa, costruì il labirinto che serviva a nascondere il Minotauro. Ma non volle rimanere nella memoria degli uomini per queste cose nefande e costruì anche il filo che consentiva ai giovani di uscire dal labirinto. Quindi per Bacone la tecnica crea strumenti pericolosi ma offre congiuntamente il male e il rimedio al male. In Bacone è profondo il senso dell’ambiguità della tecnica.</p>



<div class="wp-block-media-text has-media-on-the-right is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-center" style="grid-template-columns:auto 46%"><div class="wp-block-media-text__content">
<h3 class="wp-block-heading has-text-align-right">Dedalo costruì una macchina che permettesse a Pasifae di unirsi ad un toro: così nacque il Minotauro che divorava la gioventù. Ma costruì anche il labirinto per nasconderlo e il filo che consentiva ai giovani di uscire dal labirinto. Quindi per Bacone la tecnica offre sia il male che il rimedio al male.</h3>
</div><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="387" height="425" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/Dedalo.pasifae.jpg?resize=387%2C425&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1774 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/Dedalo.pasifae.jpg?w=387&amp;ssl=1 387w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/Dedalo.pasifae.jpg?resize=273%2C300&amp;ssl=1 273w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">In lui si evidenzia la consapevolezza che ogni impresa è un’impresa rischiosa, perché ogni tentativo che gli uomini fanno per migliorare la loro condizione di vita presenta delle incognite. Se si vogliono evitare rischi bisogna rinunciare all’impresa. Ma il genere umano non ci rinuncerà mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora la domanda che ci poniamo è la seguente: possono delle esortazioni che fanno riferimento a delle forti convinzioni religiose, che implicano sicuri riferimenti etici, sortire un qualche effetto? Avranno il potere di limitare o far cambiare direzione alle pericolose trasformazioni che minacciano l’umanità in seguito all’affermarsi dell’IA?</p>



<p class="wp-block-paragraph">O dovremo attendere, come ci suggerisce Bacone, che emerga in modo spontaneo il “rimedio al male”? E, inoltre, questa nuova frontiera del progresso umano giustifica i diffusi timori?<br>Non è casuale aver rimesso in gioco Bacone in questo discorso. Nei suoi confronti, piuttosto che in Cartesio, la critica della Chiesa, e nello specifico del filosofo e teologo Ratzinger, ha dimostrato la sua attenzione. Come precisa Riccardo Campa in un suo saggio: «Questo accade perché Bacone, collegando la scienza alla prassi secondo il ben noto motto “sapere è potere”, offre anche una speranza terrena che è assente nella filosofia cartesiana. Non lascia gli individui soli a se stessi, in questa valle di lacrime, ma propone anche un degno sostituto della provvidenza e dei miracoli: la tecnologia. Qui sta la forza di questo pensiero: offre all’uomo una nuova via di redenzione, una nuova speranza.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi anche nel caso dell’intervento della Chiesa ci troviamo di fronte all’antico timore?</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’enciclica invoca una minaccia e il suo pronunciamento ha il valore di un monito: c’è un limite che non deve essere oltrepassato. Su questo la Chiesa non ha dubbi. Anche Bacone di dubbi non ne ha, il divieto difficilmente funziona perché: «Se la tecnologia è un imbroglio, essa cadrà in disuso per causa propria, punita dalle leggi naturali.» (<em>Ratzinger contra Bacone &#8211; articolo di Riccardo Campa sulla rivista Mondoperaio del marzo-aprile 2008</em>).<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La settimana che ha smarrito l’articolo, nel Paese delle “spesse volte”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 16:06:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia della Crusca]]></category>
		<category><![CDATA[ci vediamo settimana prossima]]></category>
		<category><![CDATA[expost.blog]]></category>
		<category><![CDATA[next week]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quand’è che in Italia il termine “settimana” ha perso l’articolo “la”? Sempre più persone dicono: «Ci vediamo settimana prossima». Perché? Sarà una specie di virus che si diffonde inesorabilmente, e per il quale occorrerebbe un vaccino.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Dovevo essere distratto, sicuramente ero intento a far altro, e ve lo giuro: non me ne sono accorto. Non riesco proprio a ricordare quand’è che in Italia il termine “settimana” ha perso l’articolo “la”. Ci deve essere stato un momento che ha dato l’avvio a questa abitudine, purtroppo sempre più diffusa, di eliminare quella parte variabile del discorso la quale, secondo la grammatica italiana, si colloca prima di un nome o una parola. Si tratta &#8211; suppongo &#8211;&nbsp; di una specie di virus, visto che si diffonde con una velocità preoccupante, e che agisce un po’ come il covid (solo che quello azzerava gusto e olfatto). La colpa, questa volta, non possiamo darla ai cinesi, e men che meno ai pipistrelli, che d’italiano non ne sanno un’acca. La colpa è nostra, che di prenderci cura delle cose &#8211; e in questo caso della lingua &#8211; non abbiamo proprio voglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre scomodare l’Accademia della Crusca (che ovviamente ritiene corretta la forma con l’articolo) per ipotizzare che magari c’è chi, nello scopiazzare la classica espressione inglese “next week” (che non richiede l’articolo), si senta più moderno, al passo con i tempi (probabilmente questo soggetto direbbe: più smart). In fondo &#8211; sosterrebbe probabilmente costui &#8211; che “settimana” è un termine femminile lo sappiamo: che bisogno c’è di metterle accanto l’articolo? È una perdita di tempo!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è per questo che la moda si è sviluppata prima a Milano, dove la gente lavora ininterrottamente e, quando stacca, va di corsa in barca o a sciare per il weekend. Con questi ritmi non è possibile sprecare nemmeno un centesimo di secondo per costruire una frase correttamente. Quello che mi stupisce, però, è sentire sempre più napoletani salutarti con un: «Ci vediamo settimana prossima». Lo sanno tutti che noi napoletani non abbiamo questo assillo del lavoro (per chi ce l’ha) e passiamo la giornata a bere caffè, a cantare, a mangiare pizze piegate a libretto davanti al murales di Maradona. Allora mi chiedo: che senso ha risparmiare un attimo nel pronunciare un’espressione che, privata dell’articolo, diventa davvero brutta?</p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile" style="grid-template-columns:34% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="980" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=980%2C980&#038;ssl=1" alt="Open Italian dictionary with torn pages on wooden desk" class="wp-image-1728 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=768%2C768&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=640%2C640&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=500%2C500&amp;ssl=1 500w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<h2 class="wp-block-heading">Quand’è che in Italia il termine “settimana” ha perso l’articolo “la”? Si tratta di una specie di virus, visto che si diffonde con una velocità preoccupante. Servirebbe subito un vaccino</h2>
</blockquote>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">E passi per i politici, sui quali non mi dilungo perché abbiamo tutti perso le speranze che possano essere &#8211; o quanto meno apparire &#8211; migliori degli elettori. Che dire dei numerosi giornalisti e scrittori contagiati da questo virus? Loro con le parole ci lavorano: andrebbero curati subito con un vaccino obbligatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che le cose sarebbero andate così avrei dovuto capirlo qualche decennio fa, quando l’allora direttore del più grande quotidiano nazionale, ad ogni pie’ sospinto, ci regalava l’espressione “spesse volte”, oggi diventata di dominio pubblico. Eppure si dà il caso che il termine “spesso”, quando è avverbio, cioè quando lo usiamo per indicare una cosa che succede di frequente, non può essere declinato al plurale e non ha una sua forma femminile. È “spesso”, punto e basta. Altrimenti, è aggettivo. Ma, a quel punto, significa tutt’altro: e cioè, si fa riferimento allo spessore di una cosa. Quindi, l’espressione “spesse volte” potrebbe riferirsi ad un elemento architettonico di una chiesa o di un’antica costruzione avente volte molto consistenti: appunto, “spesse”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà l’età che avanza inesorabilmente ma, nel corso del tempo, ho sviluppato una crescente allergia a queste espressioni urticanti, che vi prego di non utilizzare, soprattutto combinate: fatelo per il mio bene. Ormai vivo nel terrore di morire per shock anafilattico se qualcuno un giorno dovesse dirmi: «Amico mio, ci vediamo a Capri settimana prossima, io ci vado spesse volte».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Alla ricerca di un senso nel Kaos di Cacciari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Aitan Moon]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 19:51:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ed eccomi qua, ci sono cascato: ho comprato “Kaos”, il libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito. Speravo in una lettura che si aggrappasse a qualche elemento concreto. Invece...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ed eccomi qua, ci sono cascato: ho comprato “Kaos”, il libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito. Non parlo di quest’ultimo, più ferrato e incisivo in ambito politico, ma dei fuochi d’artificio linguistico-filosofici che il filosofo veneziano spara dando nuove vesti al suo protagonismo di pensatore in Tv. Il mondo è nel Kaos, ma non vi spaventate, la chiave di lettura la troverete ripercorrendo i sentieri del mito. Ripassate Esiodo, comprate le metamorfosi di Ovidio e se non capite sono cavoli vostri! L’informazione parte da lontano, con il chiaro intento di riempire pagine. Il tutto per dimostrare la centralità dello “spazio da conquistare” come motore dell’agire di dominio. E così si parte da Poseidone che è costretto a conquistare il mare diventando sposo di Gaia, che però con il tridente conserva i suoi strumenti terranei, e mira sempre alla conquista della terra. Poi si passa ad Omero che chiama l’Oceano ἀψόρροος, con tutto l’apparato mitologico che ne segue fino ad Odisseo, il tutto per dimostrare che chi “voglia dominare sul Globo deve saper navigare l’Oceano”.</p>



<p class="is-style-default wp-block-paragraph">Ma non basta, bisogna andare oltre, l’acqua è avvolta nell’aria: il potere politico dovrà affrontare questa terza navigazione, perché il radicamento spaziale deve essere completo. E così si va avanti mentre il lettore attende chiarimenti su questo Kaos. Pensava di aver acquistato il libro con la speranza di una lettura che si aggrappasse a qualche elemento concreto. Invece la narrazione va in tutt’altra direzione Che la politica si stia esaurendo nell’economico, per Cacciari è solo una profezia che si rimanda sine die.</p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-center" style="grid-template-columns:36% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="887" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?resize=980%2C887&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1701 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?resize=1024%2C927&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?resize=300%2C272&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?resize=768%2C695&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?resize=640%2C579&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?resize=552%2C500&amp;ssl=1 552w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/05/IMG_6213.jpg?w=1170&amp;ssl=1 1170w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-left is-style-lead wp-block-paragraph">Che la politica si stia esaurendo nell’economico, per Cacciari è solo una profezia che si rimanda sine die. forse non compra nulla da Amazon, non usa Pay Pal, non sa che Trump e i suoi amici hanno visto aumentare in modo esponenziale i loro patrimoni </p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"></p>
</blockquote>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Chissà, forse non compra nulla da Amazon, non usa Pay Pal, forse non sa che Trump e i suoi amici hanno visto aumentare in modo esponenziale i loro patrimoni, senza aver bisogno di conquiste spaziali (tra l’altro solo minacciate, vedi Groenlandia). Più che dello spazio fisico bisognerebbe rivolgersi allo spazio virtuale: è qui che l’elemento economico si salda con il dominio sugli esseri concreti. Siamo diventati dei dati che camminano, con il corpo sostituito da algoritmi funzionali ai pochi dominatori delle reti digitali. Questo spazio è direttamente dipendente dal tempo, che non può essere messo in secondo piano. È nelle frazioni di secondo che le grandi transazioni economiche, le speculazioni, l’insider trading si salda con il potere dove gli stati nazione esistono, in alcuni casi, come sala da pranzo del dominio politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il testo, nella sua scontata pretenziosità, si infrange sugli scogli dell’astrattezza metafisica. Lo sfoggio di complessità serve solo a nascondere un vuoto, ovvero una non chiara visione dei concreti fattori che potrebbero generare questo ipotetico Kaos.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Illuminante questa parte della recensione di Alfonso Berardinelli pubblicata su Il Foglio: «Nella premessa viene promesso tutto il vuoto in cui il libro consiste fino all’esasperazione, benché Esposito poi si farà capire un po’ meglio di Cacciari. Ma i due sono complici nel non saper cosa dire.»&nbsp; Non vi aspettate, quindi, analisi che vi aiutino ad orientarvi nell’odierno Kaos mondiale. Più semplicemente vi informa, il filosofo della laguna, che siamo nel Kaos.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aitan Moon</p>
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		<title>Guardo la guerra da un oblò, mi annoio un po&#8217;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Nov 2024 22:22:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[ExPost]]></category>
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		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vivo da troppo tempo in apnea, come se non volessi respirare l’aria che tira. Il mio problema è che, quando ho di fronte una persona, penso che sia una persona, anche se mi sta antipatica, mi odia e dice cose che mi fanno rabbrividire.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.expost.blog/guardo-la-guerra-da-un-oblo-mi-annoio-un-po/">Guardo la guerra da un oblò, mi annoio un po&#8217;</a> proviene da <a href="https://www.expost.blog"></a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Sono due anni che non scrivo (né ospito) un post sul mio blog. Mi sono chiesto il perché. Un po’ è nella natura stessa di ExPost, che ha come sottotitolo “meglio tardi che mai”, a immortalare la mia tendenza all’inerzia di cui mi sono fatto vanto nell’editoriale di avvio del maggio 2020, significativamente intitolato “Benvenuti in ExPost, il primo blog per veri pigri”. Un po’ perché, probabilmente, in questo mondo, nel suo modo di ragionare, proprio non mi ci ritrovo. Osservo, a volte anche con colpevole indifferenza, le immagini di guerra che trasmettono le televisioni, leggo i resoconti giornalistici, ammiro la sapienza dei numerosi esperti di geopolitica e strategia militare che si alternano nei talk show per regalarci informazioni e analisi sulle sorti dell’Ucraina e del Medio Oriente con una sicurezza che, sinceramente, invidio. Mi accorgo solo ora di vivere da troppo tempo in apnea, come se non volessi respirare l’aria che tira. Ma, per quanto mi sforzi di non inalarla, sono costretto a farlo, come tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La verità è che io non capisco. Mi rendo conto di essere fuori dal mondo, in maniera ostinatamente inconsapevole. Fuori da quel mondo in cui gli Stati si fanno ancora guerra per un pezzo di terra, o per un credo religioso, o per un’ideologia (se ancora ne esiste una). Un mondo in cui, in maniera stanca, si confrontano eserciti che sembrano ignorare che a morire per queste zolle di terreno, per questi dei, per l’affermazione di astruse teorie politiche, siano persone, in carne ed ossa. E c’è una cosa che mi ha sempre colpito nel racconto che si fa delle guerre: è quando si dice che le vittime dei conflitti sono i più deboli, cioè le donne, i bambini e gli anziani. Come se dessimo per scontato che gli uomini, invece, possono morire, anzi che è giusto che muoiano, carne da macello dei governi. Come se non fossero anche loro padri, nonni o figli di qualcuno. Come se non fossero proprio loro le prime vittime, mandate al fronte a combattere, in tanti senza nemmeno sapere perché, magari senza odiare il proprio nemico, che però ammazzeranno senza pensarci due volte, temendo di essere ammazzati. Noi li chiamiamo uomini al fronte, con un’espressione che tradisce un’epica cinica e polverosa, ma spesso sono poco più che bambini. Come bambini sono quelli sotto le bombe di Gaza. Come lo sono stati, bambini, anche quelli che, una volta cresciuti e diventati terroristi, hanno progettato e messo in atto il pogrom del 7 ottobre 2023.</p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-center" style="grid-template-columns:62% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="561" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?resize=980%2C561&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1642 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?resize=1024%2C586&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?resize=300%2C172&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?resize=768%2C439&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?resize=640%2C366&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?resize=874%2C500&amp;ssl=1 874w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/future-1799923_1280.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<h4 class="wp-block-heading">Ci raccontiamo che le vittime dei conflitti sono sempre i più deboli, cioè le donne, i bambini e gli anziani. Come se dessimo per scontato che gli uomini, invece, possono morire, anzi che è giusto che muoiano, carne da macello dei governi. Come se non fossero anche loro padri, nonni o figli di qualcuno. </h4>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Spesso si dice che nasciamo buoni ma il mondo ci incattivisce. Non lo so se è vero. Forse, invece, nasciamo cattivi, perché quando siamo bambini agiamo secondo i nostri istinti e diciamo sempre io, io, io, mio, mio, mio. Se i nostri genitori non ci educano alla socialità, quella cattiveria, crescendo, la trasformiamo in violenza. Nel corso dei secoli, fortunatamente, abbiamo imparato a regolare i rapporti con gli altri in maniera più civile. Sappiamo che è possibile convivere anche con persone che la pensano diversamente da noi, che magari odiamo, se utilizziamo la parola al posto delle armi, se rinunciamo a scannarci esercitando il convincimento e il dialogo. La cultura ci ha fatto diventare adulti, tolleranti e democratici.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Si dice che nasciamo buoni ma il mondo ci incattivisce. Forse, invece, nasciamo cattivi, perché quando siamo bambini diciamo sempre io, io, io, mio, mio, mio.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Dove la cultura manca, invece, impera la sopraffazione di bambini diventati vecchi ma mai cresciuti, che comandano eserciti come stessero giocando alla playstation, che organizzano attentati come fossero feste di paese, che decidono che le donne non devono studiare, guidare, far vedere la faccia, che si sentono padroni della terra in cui sono nati per puro caso e, quindi, in diritto di non far entrare quelli che gli stanno antipatici. Impera la follia di chi ritiene giusto, addirittura, rubare la terra degli altri in virtù di storielle mitologiche che si perdono nella notte dei tempi o presunte supremazie morali. E i nemici di questi despoti non hanno fucili e cannoni, non hanno missili e portaerei, hanno la penna, gli occhi, un obiettivo. I veri nemici sono l’informazione e, soprattutto, i libri, che spesso vengono messi al bando perché i tiranni sanno bene che lì è nascosta la formula segreta che farà diventare adulti i propri sudditi, i quali non saranno più disposti a seguirli quando gli sarà ordinato di andare in guerra nel nome di un falso dio, di un’ideologia sballata o per la conquista di una terra abitata da altra povera gente. Gli amici di questi oppressori, invece, sono i tifosi, dell’una e dell’altra parte, che sostengono le ragioni di chi combatte, inventando favolette per bambini in cui il mondo è popolato da buoni (i nostri) e cattivi (i loro). E può ben essere che uno dei contendenti abbia ragione e l’altro torto, oppure che abbia almeno più ragione dell’altro. Ma che importanza può avere per chi ha perso una figlia, un padre, un amico, un’intera famiglia? Che importanza può avere un pezzettino di terra per chi ha visto crollare il mondo che lo circonda?</p>



<div class="wp-block-media-text has-media-on-the-right is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-center"><div class="wp-block-media-text__content">
<h4 class="wp-block-heading has-text-align-right">Ma che importanza può avere per chi ha perso una figlia, un padre, un amico, un’intera famiglia? Che importanza può avere un pezzettino di terra per chi ha visto crollare il mondo che lo circonda?</h4>
</div><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="653" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?resize=980%2C653&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1650 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?resize=1024%2C682&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?resize=640%2C427&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?resize=750%2C500&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2024/11/palestine-8012394_1280.jpg?w=1280&amp;ssl=1 1280w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco qual è il mio problema: ho letto troppi libri e, quando ho di fronte una persona, penso che sia una persona, anche se mi sta antipatica, anche se mi odia, anche se non ha il colore della mia pelle, anche se dice cose che mi fanno rabbrividire. Seppure, per qualche secondo, mi viene voglia di strozzarla, cedendo a un istinto da bambino, mi ricordo di attaccare il cervello e ragionare, provo a dialogare, alzo la voce se non riesco a trattenermi e, se proprio non riesco a spiegarmi, taccio e me ne vado.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ammetto che è facile parlare per chi sta seduto su un divano, annoiato, davanti alla tv. Cosa farei, mi chiedo, se bombardassero la mia casa? Forse anch’io imbraccerei un fucile e andrei ad ammazzare qualcuno per vendetta, per disperazione. Ma non vedo come eliminare un uomo possa rimettere in piedi la mia casa, restituirmi i miei cari, regalarni la serenità. Allora sto lì, davanti alla tv, indifferente perché spero, senza crederci, che si tratti di fiction. Mi convinco che al mondo non esistano sul serio persone che pensano ancora che sia possibile risolvere i problemi mandando il prossimo all’altro mondo, che in fin dei conti, per chi soffre davvero, potrebbe rivelarsi migliore di questo.</p>
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		<title>Se sei di sinistra sei buono…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Arianna Avondola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Oct 2022 16:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[buoni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Essere di sinistra ti fa credere di essere “migliore” di altri, e questo nessun “sinistrorso” lo dice apertamente (anche se in cuor suo lo pensa). Ma questo stigma indimostrabile può diventare una gabbia. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Se sei di sinistra sei buono. Se sei di destra sei cattivo. No, non sto intraprendendo una riscrittura di Giorgio Gaber e, soprattutto, continuo a pensare che c’è una profonda differenza tra destra e sinistra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta di fatto, però, che essere di sinistra ti fa credere di essere “migliore”, o semplicemente “più buono” di altri, e questo nessun “sinistrorso” lo dice apertamente (anche se in cuor suo lo pensa). Una sorta di assioma inconfessabile che lega il pensiero politico ad uno status etico. Sarà perché sei per la piena attuazione dei diritti civili; perché pensi alla tutela dei più deboli; perché sei stato educato ed educhi sulla base dei principi costituzionali; perché rispetti la diversità in qualsiasi forma; perché credi in un ideale di libertà ed uguaglianza; perché ti senti parte di un tutto che si chiama Società. E per altri mille motivi che ti fanno sentire tra i “buoni”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma questo stigma, aleatorio quanto indimostrabile, diventa alcune volte una sorta di gabbia, che ti può spingere fino all’ipocrisia del comune benpensante, impedendoti di esprimere un pensiero un po’ più “audace”, solo per la paura di essere immediatamente apostrofato come di destra e, quindi, come cattivo!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi spiego. Uno di sinistra, uno veramente di sinistra, deve votare per forza PD, anche se nel collegio gli hanno imposto un candidato improponibile. Perché, se sei di sinistra, sei votato al sacrificio dalla nascita e, se il partito chiama, tu rispondi sempre e ingoi il peggio del peggio. Anche perché, se per una volta ti ribelli, vuol dire che “ormai sei diventato di destra e hai favorito l’avvento del nuovo fascismo”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Essere di sinistra ti fa credere di essere migliore, ma questo stigma, aleatorio e indimostrabile, diventa alcune volte una sorta di gabbia</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Se sei di sinistra devi fare finta che la parità dei sessi, in cui credi, esista davvero. Se poi però il PD è l’unico partito che non mette una sola donna nella squadra di Governo, non fa niente: è un caso. Ed è meglio glissare sul fatto che le donne del PD alle ultime elezioni erano piazzate nelle liste per la gran parte in posizioni di certa ineleggibilità. Se poi pensiamo al fatto che la prima donna premier sarà la Meloni… No, va be’, a questo non pensiamoci e basta!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se sei di sinistra (con l’aggravante di insegnare diritto del lavoro) devi parlare per forza, sempre e comunque a favore dei lavoratori. Poco importa se oggi imprenditori e lavoratori sono sulla stessa barca e se, tutelando un imprenditore che rischia personalmente, si salvano anche tutte le famiglie dei suoi dipendenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se sei di sinistra devi pensare al sindacato come l’ultimo, imprescindibile baluardo dei diritti quesiti. Ma quando il sindacato fa ostruzionismo a qualunque cambiamento che possa promuovere l’economia aziendale, per principio e a prescindere da possibili futuri progressi, qualcosa di diverso si potrà pur dire? No, questo non si può proprio dire. No, questo è proprio un argomento di destra e filoimprenditoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma. È da un po’ che ci penso e non riesco a risolvere il mio “dilemma” senza infrangere l’assioma consolidato. Perciò, ho capito che la soluzione è una sola: dato che mi sento ancora profondamente di sinistra, penso proprio di essere diventata “cattiva”!</p>
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		<title>Alla ricerca dell&#8217;umanità perduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pino Imperatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 17:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ex Libris]]></category>
		<category><![CDATA[Achille Campanile]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></category>
		<category><![CDATA[assurdo]]></category>
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		<category><![CDATA[giallo comico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete perso la reputazione? Niente paura: rivolgetevi a Jack Soriano, vi aiuterà a rintracciarla. Volete ritrovare il filo del discorso? Non andate nel panico: Soriano vi risolverà il caso in quattro e quattr’otto. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h6 class="has-text-align-center wp-block-heading"><em>Prefazione al libro &#8220;Cause perse &#8211; Una maledetta  primavera per Jack Soriano&#8221; di Antonio Vastarelli (Edizioni Mea)</em></h6>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Avete perso la reputazione? Niente paura: rivolgetevi a Jack Soriano, vi aiuterà a rintracciarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volete ritrovare il filo del discorso? Non andate nel panico: Soriano vi risolverà il caso in quattro e quattr’otto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Desiderate recuperare la memoria? Soriano è a vostra disposizione: vi farà tornare in mente, col vostro permesso, anche ciò che non volevate più ricordare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avete perso le staffe, i sensi, la faccia? Soriano ve li restituirà in un batter d’occhio, come nuovi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Astuto, suadente, cordiale, l’investigatore privato Jack Soriano, un passato da borseggiatore e un presente che viaggia sulle rotte dell’improvvisazione, fa il suo esordio in questa singolare commedia di Antonio Vastarelli. Ed è un esordio col botto, perché il personaggio – e con lui l’opera – è appetitoso, esilarante, effervescente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Campa alla giornata, Soriano, acquattato come un felino (<em>nomen omen</em>) nel suo angusto ufficio-abitazione; non ha certezze, né ha alcuna intenzione di averne: prende la vita come viene, punto e basta. E se la spassa, scherza, si diverte, convinto com’è che ogni impedimento e ogni disgrazia debbano essere affrontati con allegria e leggerezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È indolente, pigro, creativo, sfuggente, Soriano. Sa discernere l’onestà dalla cattiveria e si adatta con rapidità alle situazioni in cui di volta in volta si ritrova coinvolto per caso, per necessità o per invocazione altrui. È irriverente e scorretto quel tanto che basta per sopravvivere in un mondo in cui pullulano bugiardi, approfittatori, ipocriti e individui fuori di testa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un <em>tombeur-de-femmes</em>, Soriano: non c’è donna capace di schivare la sua ragnatela seduttiva, fatta di trame neanche troppo studiate e sofisticate che lo rendono una simpatica, irresistibile canaglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con i suoi modi compassati e la sua perspicacia deduttiva, Jack Soriano ammicca ai detective di scuola statunitense che tanto successo hanno avuto nella letteratura del Novecento: è un Philip Marlowe <em>made in Naples</em>; è provvisto di un pratico cinismo alla Sam Spade; ha i modi pasticcioni di Toby Peters. Cervello sveglio, battuta pronta e faccia da schiaffi, non ha bisogno di farsi valere con pistole e proiettili; la sua arma esclusiva è la favella, con cui spara parole (e giochi di parole) che mettono in scacco ogni interlocutore.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=212%2C297&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1607" width="212" height="297" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=731%2C1024&amp;ssl=1 731w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=214%2C300&amp;ssl=1 214w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=768%2C1075&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=1097%2C1536&amp;ssl=1 1097w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=1463%2C2048&amp;ssl=1 1463w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=640%2C896&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=1024%2C1433&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=357%2C500&amp;ssl=1 357w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?w=1773&amp;ssl=1 1773w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Come una calamita, attrae tipi eccentrici, strampalati, i quali gli propinano le circostanze più inconsuete e irrazionali che l’umana esistenza possa partorire. Se non fosse per l’assenza di elementi horror, farebbe concorrenza al fumettistico “investigatore dell’incubo” Dylan Dog, anch’egli quotidianamente alle prese con clienti affatto normali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle donne in cui Soriano si imbatte, la psicologa Sabrina, è incuriosita dalla sua condizione: «Vorrei approfondire questa storia del suo lavoro, questa sua tendenza ad aiutare le persone bizzarre, a cercare cose perse, un’attività molto poetica». Poetica e tuttavia redditizia: Soriano deve pur sbarcare il lunario, indi arraffa banconote a destra e a manca a titolo di ricompensa per le proprie prestazioni <em>sui generis</em>. L’unica eccezione la fa per le performance erotiche: in quel campo si concede gratis e volentieri, con risultati al di sopra della media.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’argomento va fornita una doverosa avvertenza: gustatevi queste pagine senza provare a indovinare l’evoluzione della vicenda (ammesso e non concesso che la vicenda abbia un’evoluzione), godendovi in totale relax ogni passaggio del testo; se al contrario proverete ad avanzare supposizioni e congetture, l’autore vi spiazzerà conducendovi nella direzione opposta a quella immaginata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da meritato vincitore del premio per la scrittura comica intitolato a Massimo Troisi, Vastarelli mostra una notevole padronanza dei meccanismi utili a produrre buonumore e risate; risate colte, intelligenti, pregne di sottintesi e sottotracce che sovente sfociano nel <em>nonsense </em>e negli universi paralleli dell’assurdo e del surreale. Si tratta, come ben sanno i cultori dell’<em>ars ridendi</em>, di un’operazione letteraria – in tal caso anche teatrale – ambiziosa e allo stesso tempo temeraria, poiché se non è governata e dosata nel modo opportuno, rischia di implodere su se stessa. E non c’è peggiore condanna, per uno scrittore dallo stile arguto e brillante, di quella di veder precipitare i propri intenti ilari in una accoglienza fredda da parte dei lettori. Vastarelli sfugge a cotanto pericolo grazie al talento di cui è dotato e agli insegnamenti di grandi autori del passato. Due, in particolare: Eugene Ionesco e Achille Campanile. In “Cause perse” si avvertono con chiarezza gli echi delle loro opere; si pensi, ad esempio, alle <em>pièces </em>“La cantatrice calva” e “La lezione” del drammaturgo rumeno e alle commedie “Il povero Piero” e “L’inventore del cavallo” di Campanile, quattro capolavori che ancora oggi, a diversi decenni dalla loro pubblicazione e dalle loro prime rappresentazioni, mantengono una forza dirompente, in quanto costituiscono una denuncia autorevole delle assurdità, delle follie e delle illogicità che l’umanità manifesta in ogni epoca storica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Cause perse” non ha un attimo di tregua; è una commedia briosa, incalzante, ricca di sorprese. Muovendosi come in una veloce quadriglia, i personaggi di Vastarelli si incrociano, si scambiano di posto, intrecciano l’uno con l’altro azioni, storie e conversazioni. L’esito è una vivace carrellata di avvenimenti da assaggiare scena dopo scena, dialogo dopo dialogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene allora da chiedersi: chi è davvero Jack Soriano? Un investigatore maldestro o un profondo indagatore di manie e fobie? Un amabile cialtrone o uno smascheratore di paradossi e irragionevolezze?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa commedia è solo un <em>divertissement </em>o un pregevole affresco dei comportamenti sociali contemporanei?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A voi le risposte. Io ora mi faccio da parte. Non vorrei cadere nell’errore di farvi perdere tempo e di conseguenza costringervi a scomodare il buon Soriano, che in questo momento starà sicuramente facendo una pennichella sognando di interpretare il ruolo di protagonista in nuove, dilettevoli avventure.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>gustatevi queste pagine senza provare a indovinare l’evoluzione della vicenda (ammesso e non concesso che la vicenda abbia un’evoluzione); se al contrario proverete ad avanzare supposizioni e congetture, l’autore vi spiazzerà conducendovi nella direzione opposta a quella immaginata.</p></blockquote>
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		<title>Guerra, quel “voi” di Primo Levi che incolpa noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Arianna Avondola]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Feb 2022 17:42:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Explicit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È da giorni che ripenso alle parole di Primo Levi: «Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici…». Ci penso e ci ripenso e, parlando con Mariya, mi sento in colpa! [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">È da giorni che ripenso alle parole di Primo Levi: «Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici…». Ci penso e ci ripenso e mi sento in colpa!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sí, mi sento colpevole di non aver capito veramente e profondamente quelle parole fino ad oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutti abbiamo studiato gli orrori della seconda guerra mondiale, tutti abbiamo assimilato le immagini spaventose dei campi di concentramento, la crudeltà impensabile a cui può arrivare un essere umano. Abbiamo visto film, documentari. Abbiamo partecipato a incontri culturali. Abbiamo letto libri. Alcuni, come me, hanno sentito racconti reali di una vita vissuta in quei tempi: mia nonna aveva una cicatrice sulla fronte, essendo rimasta ferita sotto i bombardamenti. Credevo (credo) di essere sensibile, di “conoscere” quelle tragedie, pur se solo tramite dei racconti. E invece non è così. E la cosa che più mi spaventa e la domanda che continuo a farmi è questa: allora i racconti non bastano a capire veramente cosa sia la guerra?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certamente non bastano ad insegnare agli uomini a non ricadere negli stessi errori. Forse bastano solo a dare per scontata una pace che scontata non lo è per niente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi devo spiegare meglio, perché so che così sono solo pensieri confusi e poco chiari. Soprattutto scontati e retorici.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=462%2C308&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1592" width="462" height="308" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=1024%2C683&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=300%2C200&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=768%2C512&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=1536%2C1024&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=640%2C427&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?resize=750%2C500&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/bridge-g6845a2b18_1920.jpg?w=1920&amp;ssl=1 1920w" sizes="(max-width: 462px) 100vw, 462px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Sono almeno dieci anni che una signora (simpatica, intelligente, curiosa, cocciutissima e infaticabile) lavora per un paio di giorni a settimana a casa mia. Mariya. Una donna tenace, che ha messo da parte i suoi soldi, veramente faticati, per comprare la casa a due figlie, ormai sposate con bambini piccoli. È ucraina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una quindicina di giorni fa, sentendo le narrazioni di escalation militare nei telegiornali, le ho chiesto cosa ne pensasse. Lei mi ha risposto: «Sono otto anni che da noi è così, voi ora ve ne state accorgendo?» Non sembrava preoccupata, come se avere i carrarmati alle porte fosse ordinaria amministrazione. Poi, la mattina dello scoppio della guerra, mi ha detto che la casa che aveva comprato con i soldi di una vita era proprio in uno dei primi paesini bombardati da Putin e che le figlie stavano decidendo se scappare o restare. Dopo due giorni mi ha detto che sono fuggiti e ora sono al confine. Sono scappati di notte, prendendo solo uno zaino. Tutti insieme, in un’unica macchina. I bambini piccoli incappottati alla meglio per affrontare il gelo. Gli uomini, però, ormai non possono più varcare il confine, perché c’è la chiamata alle armi. Le sue figlie non riescono a decidere se abbandonare i mariti, anche perché i figli vogliono restare con i loro papà. Sono bloccati nel nulla, tra i boschi, al freddo. Le due donne sono dilaniate tra la scelta di lasciare tutta la loro vita e una parte dei loro amori e quella di salvare se stesse e gli “altri” amori, i figli.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Il giorno dello scoppio della guerra in Ucraina, Mariya mi ha detto che la casa che aveva comprato con i soldi di una vita sorge in uno dei primi paesini bombardati da Putin e che le figlie non sanno se restare in ucraina con i mariti o scappare per mettere in salvo i bambini</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Mariya li aspetta, tormentata. Aspetta le loro decisioni, senza aprire bocca: dice che sono loro a dover decidere. Più di una volta, in questi giorni, mi ha detto: «Voi non potete capire!»</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo che mi fa sentire in colpa: lei ha ragione, noi non possiamo capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io posso partecipare. Posso mettere da parte i vestiti di mio figlio, giochi, lenzuola, materassi, medicine. È tutto pronto e a disposizione se dovessero servire. Mando sms di beneficenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sono qui, nella mia casa, calda e accogliente, in una parte di mondo che non immagina cosa sia la guerra e che pensa che non esista più. Vivo in quella parte di mondo in cui ci sono persone che ammiccano a Putin, o che essendo sempre state di sinistra proprio non ce la fanno ad esprimere un giudizio negativo sulla Russia. Sono in quella parte del mondo dove ci si può permettere di “fare filosofia”; dove si continua a viaggiare per andare in vacanza; dove si può fare shopping; dove i bambini fanno sport e vanno a scuola normalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi siamo quelli che si sentono tranquilli e addirittura migliori solo perché più sensibili di altri, perché abbiamo sempre fatto lotte per i diritti civili, perché abbiamo insegnato il rispetto per tutti gli esseri umani senza distinzioni, o perché aborriamo la guerra, tramandando il ricordo del dolore, delle sofferenze, della crudeltà altrui. Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare e va bene così, ma la verità è che quel “Voi” di Primo Levi, come quello usato da Mariya, è riferito a “Noi”. E noi non possiamo capire!</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Sono in quella parte di mondo in cui ci si può permettere di &#8220;fare filosofia&#8221;, e perfino di ammiccare a Putin. La verità è che hanno ragione Levi e Mariya: «Noi non possiamo capire»</p></blockquote></figure>
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