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	<title>expost.blog Archivi |</title>
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	<description>ExPost / Meglio tardi che mai</description>
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	<title>expost.blog Archivi |</title>
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		<title>Il produttore intransigente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giancarlo Meo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 17:52:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scene al buio, dialoghi non doppiati, inseguimenti e scritte finali: ecco un breve elenco delle scelte dei registi che risultano incomprensibili agli spettatori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Sono un cinefilo e spesso mi trovo &#8211; come tanti &#8211; a subire scelte dei registi che trovo incomprensibili. E ho pensato di stilare un breve elenco di quegli aspetti nella realizzazione di un film su cui sarei intransigente se fossi un produttore:</p>



<h3 class="wp-block-heading">SCENE AL BUIO</h3>



<p class="wp-block-paragraph">In alcuni film si sceglie di girare numerose scene al buio per rendere più realistica la vicenda o, più spesso, per creare un ambiente di suspense. È ovvio che il buio stimoli certi angoli della nostra mente collegati alla paura, probabilmente perché i residui del nostro istinto animale ricordano che molti predatori cacciano di notte, ed è quindi probabile che il regista adotti questo espediente tecnico con quel preciso obiettivo. Il problema è che un film è arte visiva e, se non si vede niente, difficilmente si potrà seguire lo sviluppo della trama e avere una qualsiasi reazione emotiva. Magari un’illuminazione artificiale potrebbe risultare poco realistica in certi contesti, ma è forse meglio che lo spettatore segua con difficoltà quello che succede? Tra l’altro, né Hitchcock né Brian De Palma, i principali maestri della suspence, ricorrevano a scene girate al buio pesto per mettere paura: se sei bravo, la tensione la crei anche in piena luce.</p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" width="980" height="624" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=980%2C624&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1007 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=1024%2C652&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=300%2C191&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=768%2C489&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=640%2C407&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?resize=785%2C500&amp;ssl=1 785w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2020/05/Hitch1copia.jpg?w=1200&amp;ssl=1 1200w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Hitchcock e Brian De Palma non ricorrevano a scene girate al buio pesto per mettere paura: se sei bravo, la tensione la crei anche in piena luce</p>
</blockquote>
</div></div>



<h3 class="wp-block-heading">DIALOGHI NON DOPPIATI</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è una pecca in particolare di alcuni film italiani alla ricerca del realismo, come ad esempio in alcune pellicole di Pupi Avati. In moltissimi film le scene con dialoghi sono doppiate in post produzione, per rendere il suono pulito e perfettamente comprensibile. Alcuni registi però ritengono che i dialoghi in presa diretta siano più naturali. Una considerazione condivisibile, a patto che nel cast ci siano Vittorio Gassman o Arnoldo Foà, attori con impostazione teatrale in grado di scandire le battute e tenere al tempo stesso il tono della voce abbastanza alto da essere perfettamente comprensibile anche per lo spettatore seduto in ultima fila. Quando la presa diretta viene adottata in film nei quali recitano attori alle prime armi, se non addirittura semi-professionisti, intere battute &#8211; magari fondamentali per lo sviluppo dei personaggi o per la comprensione della trama – potrebbero risultare del tutto incomprensibili, a meno di non disporre dei sottotitoli. &nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading">INSEGUIMENTI</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Chiunque abbia visto almeno un film d’azione, soprattutto made in Usa, ha dovuto assistere ad un inseguimento in auto più o meno catastrofico che può coinvolgere dalle 2 alle 500 auto (il record è di un film della serie Transformer con 532 auto danneggiate in un’unica sequenza). Solitamente, inoltre, buona parte dell’inseguimento avviene nella corsia di marcia opposta. Trattandosi di uno standard usato in centinaia di film, anche adottando le più avanzate tecnologie digitali, un inseguimento che superi i 3 minuti – a meno che non sia il primo film del genere che vedi in vita tua &#8211; diventa francamente noioso e appare un semplice pretesto per riempire tempo, senza aggiungere niente alla narrazione o all’emozione. Poco cambia che ad inseguirsi siano auto, camion, moto, slitte o astronavi, o che gli stuntman sporgano quasi interamente dai finestrini o salgano in piedi sul tetto del veicolo: al quarto minuto di inseguimento parte lo sbadiglio o si cerca il tasto per andare avanti velocemente….</p>



<div class="wp-block-media-text has-media-on-the-right is-stacked-on-mobile"><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-right wp-block-paragraph">Un inseguimento che superi i 3 minuti diventa noioso. Al quarto minuto parte lo sbadiglio o si cerca il tasto per andare avanti velocemente</p>
</blockquote>
</div><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="606" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/07/Schermata-2026-07-14-alle-20.10.17.png?resize=980%2C606&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1915 size-full"/></figure></div>



<h3 class="wp-block-heading">SCRITTE FINALI</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è l’aspetto più irritante di tutti, in grado di cambiare il giudizio su un film che magari era stato molto bello. In qualche caso, soprattutto quando è tratto da una storia vera, alla fine del film, poco prima che scorrano i titoli di coda, appaiono delle scritte che spiegano allo spettatore l’evoluzione della storia. In effetti, è più che lecito pretendere di sapere quale sia stato l’epilogo di una vicenda alla quale si sono dedicate quasi 2 ore della propria vita, anche quando il regista ha deciso di farcelo conoscere non con immagini in movimento ma con scritte esplicative. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vero mistero, però, è perché queste scritte, decisive, siano alternativamente o contemporaneamente: troppo piccole, troppo veloci, troppo sintetiche. Si potrebbe avere almeno il buon gusto di informare lo spettatore con scritte a caratteri sufficientemente grossi da essere leggibili per una popolazione mediamente anziana e che appaiano sullo schermo per una durata sufficiente a consentirne la lettura integrale. E passi quando il film lo vediamo in tv, sul tablet o sul pc, e possiamo mettere in pausa per poter leggere su un fermo immagine, ma per il cinema non c’è nessuna scelta artistica o espediente tecnico che tenga: si tratta di incuria e mancanza di rispetto per lo spettatore. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Se fossi un produttore, bloccherei l’uscita di un film finché le scritte finali non fossero rese sufficientemente leggibili per tutto il tempo necessario ad un bambino di seconda elementare.</p>
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		<title>Passata la paura si torna al nucleare?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaetano Munno]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 16:16:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Explicit]]></category>
		<category><![CDATA[Cernobyl]]></category>
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		<category><![CDATA[La società del rischio]]></category>
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		<category><![CDATA[referentum 1987]]></category>
		<category><![CDATA[rischio]]></category>
		<category><![CDATA[Ulrich Beck]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo l’esplosione della centrale di Cernobyl, gli italiani, nel 1987, dissero no al nucleare, che oggi si vorrebbe reintrodurre. Come mai? La paura di quei giorni si è estinta? La risposta la diede il sociologo Beck 40 anni fa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Era l’aprile del 1986 quando l’esplosione di un reattore a Cernobyl causò il più grave disastro legato all’energia nucleare per scopi civili. Chi ha vissuto quel periodo ricorda bene cosa significa dover sfuggire ad un nemico assolutamente impercettibile ai sensi. Ansia e frustrazione accompagnavano le nostre giornate in attesa dei dati ufficiali sulla radioattività. Nel 1987, con un referendum, sull’onda della paura, gli italiani dissero no al nucleare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era il 1986 quando Ulrich Beck diede alle stampe un testo fondamentale di analisi sociale “La società del rischio”. Fin dalle prime righe l’autore mette a fuoco un tema fondamentale: «Nella società avanzata la produzione sociale di ricchezza va di pari passo con la produzione sociale di rischi.» Rischio e crescita economica sono indissolubilmente legati, tanto da fargli avanzare l’ipotesi che si sarebbe passati da una società classista ad una “società del rischio”.<br></p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained"><div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="627" height="1024" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6571.jpg?resize=627%2C1024&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1839" style="aspect-ratio:0.6123111045586062;width:166px;height:auto"/></figure>
</div></div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi è inattuale appellarsi al problema della distribuzione della ricchezza perché, in parallelo, si estende la consapevolezza che le sorgenti della ricchezza sono inquinate. «Nel processo di modernizzazione si sprigionano sempre più forze distruttive.» Non si può fare appello alla “razionalizzazione” per comprendere la realtà. Calcolabilità, efficienza e prevedibilità non sono più possibili: nella società del rischio il danno collaterale allo sviluppo non è prevedibile, e riguarda intere generazioni a venire.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">I rischi della radioattività sono invisibili e sono soggetti a interpretazione secondo i periodi. Su di essi il dibattito pubblico, la politica e i media possono ridurli, cambiarli, ingrandirli, minimizzarli. Quindi, chi è deputato alla definizione dei rischi assume posizioni chiave in termini sociali e politici.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre si aspira alla ricchezza della società (beni di consumo, reddito, accesso all’istruzione sono beni desiderabili), «al contrario, i rischi sono un prodotto secondario della modernizzazione» una «indesiderabile abbondanza che va eliminata, o negata, o reinterpretata», sottolinea Beck. I pericoli subiscono il filtro delle interpretazioni, hanno bisogno di mediatori attraverso teorie, esperimenti, strumenti di misurazione, ecc. E anche il rischio nucleare si sottrae alla capacità umana di percezione. «Nella definizione del rischio il monopolio della razionalità della scienza viene infranto» aggiunge il sociologo tedesco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora, se la razionalità della scienza si muove su criteri probabilistici, bisogna prendere atto che non è orientata ai valori, ma tratta i dati in modo asettico e in maniera tale da minimizzare i rischi con presunta razionalità. Ma, afferma Beck: «Quando basta un solo incidente (nucleare) per essere annientati, anche una probabilità minima è pur sempre troppo alta.» Nel tentativo da parte del potere politico di far accettare il rischio rientra anche l’argomento della relativizzazione del rischio stesso: un prodotto pericoloso può essere difeso drammatizzando i rischi di un altro prodotto (ad esempio: gli idrocarburi sono molto più dannosi, in termini di riscaldamento globale, rispetto al nucleare). Questo è uno dei falsi argomenti che proprio adesso vengono riproposti.<br></p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-bottom" style="grid-template-columns:23% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="390" height="498" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6572.png?resize=390%2C498&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1840 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6572.png?w=390&amp;ssl=1 390w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/IMG_6572.png?resize=235%2C300&amp;ssl=1 235w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Quando basta un solo incidente (nucleare) per essere annientati, anche una probabilità minima è pur sempre troppo alta.»</p>
</blockquote>
</blockquote>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, la sintesi proposta dal sociologo tedesco 40 anni fa è ancora di una attualità sorprendente: la ricchezza a cui tendere è tangibile, i rischi sono irreali perché il centro della coscienza del rischio non è nel presente ma nel futuro.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui ritorniamo alla paura che, nel 1987, in Italia fece assumere una determinante coscienza del rischio, ovvero del passaggio dalla società classista a quella del rischio. Si passa dall’«ho fame», all’«ho paura». Quindi, «al posto della comunanza indotta dalla penuria subentra la comunanza indotta dalla paura. (…) la solidarietà della paura nasce e diventa una forza della politica» (…)» afferma Beck, che poi si chiede: «Ma non sarà questa comunanza una base troppo incerta per i movimenti politici? Le comunanze per paura non si prestano forse ad essere spazzate via già dal tenue venticello della controinformazione?»<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">La paura del 1986 si è estinta, divorata dalla lontananza nel tempo e dalla manipolazione del potere politico e scientifico. E così, con capacità profetiche, ritroviamo gli argomenti che annunciano il ritorno al nucleare qui in Italia.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>In onore dell&#8217;iconica Quant, Flocco ci dà un taglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 16:54:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ex Libris]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Ex Post]]></category>
		<category><![CDATA[ExPost]]></category>
		<category><![CDATA[expost.blog]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Flocco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scrittrice napoletana Federica Flocco ha condensato la vita, anzi lo spirito, dell'iconica stilista inglese Mary Quant in un libricino che parla di donne, di libertà e anche un po' della sua vita. Il risultato è... </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Con questo testo aspiro al record della recensione più corta di sempre, in onore di Mary Quant, che i vestiti li accorciava, e soprattutto di Federica Flocco, che ha condensato la vita, anzi lo spirito, dell’iconica stilista inglese (inventrice della minigonna) nel brevissimo libricino dall’insolito titolo “Mary Quant” (edito da Marotta&amp;Cafiero). La narrazione è così concentrata (sebbene esauriente), che fate prima a leggere il libro che a sorbirvi la trama rimasticata in una pallosa rubrica letteraria. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tanto ve lo dico io: Federica parla di donne, di libertà, e anche un po’ di sé stessa. È un libro bellissimo e appassionante. È una ventata di fresco. Ed è autentico. Se dovessi sbagliarmi, mi scuso, ma non ve ne dorrete molto, visto che il prezzo di copertina è praticamente simbolico. Non resta che ringraziare l’autrice per averci emozionato.</p>
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		<title>Bacone, il labirinto e l’intelligenza artificiale</title>
		<link>https://www.expost.blog/bacone-il-labirinto-e-lintelligenza-artificiale/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=bacone-il-labirinto-e-lintelligenza-artificiale</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaetano Munno]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:05:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Explicit]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[bacone]]></category>
		<category><![CDATA[Dedalo]]></category>
		<category><![CDATA[Ex Post]]></category>
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		<category><![CDATA[Francis Bacon]]></category>
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		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Magnifica humanitas]]></category>
		<category><![CDATA[Minotauro]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Leone XIV]]></category>
		<category><![CDATA[Pasifae]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'umanità è minacciata dall'intelligenza artificiale, che può diventare strumento di dominio in mano a pochi, come sostiene Papa Leone? O dovremmo dare retta al filosofo Bacone, il quale riteneva che la tecnica offre congiuntamente sia il male che il rimedio al male?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Intelligenza artificiale, nuova sfida sul cammino dell’uomo. Questo il senso e l’allarme della enciclica “Magnifica humanitas”, che invoca la «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», umanità minacciata da uno strumento che condiziona le esistenze, che prende decisioni e che diventa utensile di dominio in mano a pochi.<br>Papa Leone XIV chiede di liberare l’IA da logiche che la trasformino in dispositivo di supremazia, esclusione o morte e invoca il «disarmo» delle tecnologie perché si pongano al servizio del «bene comune».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ripresenta un antico problema, vecchio quanto l’avvento di quelle che un tempo si chiamavano “arti meccaniche”, ora tecnologie, e che per la filosofia del novecento diventa “La questione della tecnica”. Quello che il filosofo Paolo Rossi, parlando di Bacone, definisce il «rischio che si corre, per ogni tentativo che l’uomo fa per migliorare la sua condizione di vita». La consapevolezza di questo rischio è già ben presente nel filosofo inglese, da sempre definito il precursore della rivoluzione industriale, fautore di quel progresso che avrebbe dovuto far acquisire all’umanità delle condizioni di vita migliori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio qui il punto, Bacone non è così sprovveduto da non comprendere i rischi insiti in ogni progresso tecnologico. C’è un testo, tra quelli meno celebrati, Il <em>De sapientia veterum</em> (Sulla sapienza degli antichi), che si rivolge all’analisi del mito e che rivela quante verità filosofiche e scientifiche contenessero quelle narrazioni. Il filosofo sembra quasi voler dimostrare come il progresso si muova sempre nell’ambito di questi racconti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui diventa chiarificatrice la figura di Dedalo, il personaggio mitico dalle grandi capacità tecniche. La storia è nota, Dedalo «costruì infatti per la libidine di Pasifae una macchina che le permettesse di unirsi ad un toro: in tal modo dalla scellerata industria e dal pericoloso ingegno di quest’uomo trasse la sua infelice ed infame origine il mostruoso Minotauro che divorava la nobile gioventù.» Ma Dedalo fece una seconda cosa, costruì il labirinto che serviva a nascondere il Minotauro. Ma non volle rimanere nella memoria degli uomini per queste cose nefande e costruì anche il filo che consentiva ai giovani di uscire dal labirinto. Quindi per Bacone la tecnica crea strumenti pericolosi ma offre congiuntamente il male e il rimedio al male. In Bacone è profondo il senso dell’ambiguità della tecnica.</p>



<div class="wp-block-media-text has-media-on-the-right is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-center" style="grid-template-columns:auto 46%"><div class="wp-block-media-text__content">
<h3 class="wp-block-heading has-text-align-right">Dedalo costruì una macchina che permettesse a Pasifae di unirsi ad un toro: così nacque il Minotauro che divorava la gioventù. Ma costruì anche il labirinto per nasconderlo e il filo che consentiva ai giovani di uscire dal labirinto. Quindi per Bacone la tecnica offre sia il male che il rimedio al male.</h3>
</div><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="387" height="425" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/Dedalo.pasifae.jpg?resize=387%2C425&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1774 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/Dedalo.pasifae.jpg?w=387&amp;ssl=1 387w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/Dedalo.pasifae.jpg?resize=273%2C300&amp;ssl=1 273w" sizes="(max-width: 387px) 100vw, 387px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">In lui si evidenzia la consapevolezza che ogni impresa è un’impresa rischiosa, perché ogni tentativo che gli uomini fanno per migliorare la loro condizione di vita presenta delle incognite. Se si vogliono evitare rischi bisogna rinunciare all’impresa. Ma il genere umano non ci rinuncerà mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora la domanda che ci poniamo è la seguente: possono delle esortazioni che fanno riferimento a delle forti convinzioni religiose, che implicano sicuri riferimenti etici, sortire un qualche effetto? Avranno il potere di limitare o far cambiare direzione alle pericolose trasformazioni che minacciano l’umanità in seguito all’affermarsi dell’IA?</p>



<p class="wp-block-paragraph">O dovremo attendere, come ci suggerisce Bacone, che emerga in modo spontaneo il “rimedio al male”? E, inoltre, questa nuova frontiera del progresso umano giustifica i diffusi timori?<br>Non è casuale aver rimesso in gioco Bacone in questo discorso. Nei suoi confronti, piuttosto che in Cartesio, la critica della Chiesa, e nello specifico del filosofo e teologo Ratzinger, ha dimostrato la sua attenzione. Come precisa Riccardo Campa in un suo saggio: «Questo accade perché Bacone, collegando la scienza alla prassi secondo il ben noto motto “sapere è potere”, offre anche una speranza terrena che è assente nella filosofia cartesiana. Non lascia gli individui soli a se stessi, in questa valle di lacrime, ma propone anche un degno sostituto della provvidenza e dei miracoli: la tecnologia. Qui sta la forza di questo pensiero: offre all’uomo una nuova via di redenzione, una nuova speranza.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi anche nel caso dell’intervento della Chiesa ci troviamo di fronte all’antico timore?</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’enciclica invoca una minaccia e il suo pronunciamento ha il valore di un monito: c’è un limite che non deve essere oltrepassato. Su questo la Chiesa non ha dubbi. Anche Bacone di dubbi non ne ha, il divieto difficilmente funziona perché: «Se la tecnologia è un imbroglio, essa cadrà in disuso per causa propria, punita dalle leggi naturali.» (<em>Ratzinger contra Bacone &#8211; articolo di Riccardo Campa sulla rivista Mondoperaio del marzo-aprile 2008</em>).<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La settimana che ha smarrito l’articolo, nel Paese delle “spesse volte”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 16:06:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[Accademia della Crusca]]></category>
		<category><![CDATA[ci vediamo settimana prossima]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quand’è che in Italia il termine “settimana” ha perso l’articolo “la”? Sempre più persone dicono: «Ci vediamo settimana prossima». Perché? Sarà una specie di virus che si diffonde inesorabilmente, e per il quale occorrerebbe un vaccino.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dovevo essere distratto, sicuramente ero intento a far altro, e ve lo giuro: non me ne sono accorto. Non riesco proprio a ricordare quand’è che in Italia il termine “settimana” ha perso l’articolo “la”. Ci deve essere stato un momento che ha dato l’avvio a questa abitudine, purtroppo sempre più diffusa, di eliminare quella parte variabile del discorso la quale, secondo la grammatica italiana, si colloca prima di un nome o una parola. Si tratta &#8211; suppongo &#8211;&nbsp; di una specie di virus, visto che si diffonde con una velocità preoccupante, e che agisce un po’ come il covid (solo che quello azzerava gusto e olfatto). La colpa, questa volta, non possiamo darla ai cinesi, e men che meno ai pipistrelli, che d’italiano non ne sanno un’acca. La colpa è nostra, che di prenderci cura delle cose &#8211; e in questo caso della lingua &#8211; non abbiamo proprio voglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre scomodare l’Accademia della Crusca (che ovviamente ritiene corretta la forma con l’articolo) per ipotizzare che magari c’è chi, nello scopiazzare la classica espressione inglese “next week” (che non richiede l’articolo), si senta più moderno, al passo con i tempi (probabilmente questo soggetto direbbe: più smart). In fondo &#8211; sosterrebbe probabilmente costui &#8211; che “settimana” è un termine femminile lo sappiamo: che bisogno c’è di metterle accanto l’articolo? È una perdita di tempo!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è per questo che la moda si è sviluppata prima a Milano, dove la gente lavora ininterrottamente e, quando stacca, va di corsa in barca o a sciare per il weekend. Con questi ritmi non è possibile sprecare nemmeno un centesimo di secondo per costruire una frase correttamente. Quello che mi stupisce, però, è sentire sempre più napoletani salutarti con un: «Ci vediamo settimana prossima». Lo sanno tutti che noi napoletani non abbiamo questo assillo del lavoro (per chi ce l’ha) e passiamo la giornata a bere caffè, a cantare, a mangiare pizze piegate a libretto davanti al murales di Maradona. Allora mi chiedo: che senso ha risparmiare un attimo nel pronunciare un’espressione che, privata dell’articolo, diventa davvero brutta?</p>



<div class="wp-block-media-text is-stacked-on-mobile" style="grid-template-columns:34% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="980" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=980%2C980&#038;ssl=1" alt="Open Italian dictionary with torn pages on wooden desk" class="wp-image-1728 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?w=1024&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=300%2C300&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=150%2C150&amp;ssl=1 150w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=768%2C768&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=640%2C640&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2026/06/image-6a1d4607d13e7.png?resize=500%2C500&amp;ssl=1 500w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<h2 class="wp-block-heading">Quand’è che in Italia il termine “settimana” ha perso l’articolo “la”? Si tratta di una specie di virus, visto che si diffonde con una velocità preoccupante. Servirebbe subito un vaccino</h2>
</blockquote>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">E passi per i politici, sui quali non mi dilungo perché abbiamo tutti perso le speranze che possano essere &#8211; o quanto meno apparire &#8211; migliori degli elettori. Che dire dei numerosi giornalisti e scrittori contagiati da questo virus? Loro con le parole ci lavorano: andrebbero curati subito con un vaccino obbligatorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma che le cose sarebbero andate così avrei dovuto capirlo qualche decennio fa, quando l’allora direttore del più grande quotidiano nazionale, ad ogni pie’ sospinto, ci regalava l’espressione “spesse volte”, oggi diventata di dominio pubblico. Eppure si dà il caso che il termine “spesso”, quando è avverbio, cioè quando lo usiamo per indicare una cosa che succede di frequente, non può essere declinato al plurale e non ha una sua forma femminile. È “spesso”, punto e basta. Altrimenti, è aggettivo. Ma, a quel punto, significa tutt’altro: e cioè, si fa riferimento allo spessore di una cosa. Quindi, l’espressione “spesse volte” potrebbe riferirsi ad un elemento architettonico di una chiesa o di un’antica costruzione avente volte molto consistenti: appunto, “spesse”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà l’età che avanza inesorabilmente ma, nel corso del tempo, ho sviluppato una crescente allergia a queste espressioni urticanti, che vi prego di non utilizzare, soprattutto combinate: fatelo per il mio bene. Ormai vivo nel terrore di morire per shock anafilattico se qualcuno un giorno dovesse dirmi: «Amico mio, ci vediamo a Capri settimana prossima, io ci vado spesse volte».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Alla ricerca dell&#8217;umanità perduta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pino Imperatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2022 17:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ex Libris]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avete perso la reputazione? Niente paura: rivolgetevi a Jack Soriano, vi aiuterà a rintracciarla. Volete ritrovare il filo del discorso? Non andate nel panico: Soriano vi risolverà il caso in quattro e quattr’otto. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h6 class="has-text-align-center wp-block-heading"><em>Prefazione al libro &#8220;Cause perse &#8211; Una maledetta  primavera per Jack Soriano&#8221; di Antonio Vastarelli (Edizioni Mea)</em></h6>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Avete perso la reputazione? Niente paura: rivolgetevi a Jack Soriano, vi aiuterà a rintracciarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volete ritrovare il filo del discorso? Non andate nel panico: Soriano vi risolverà il caso in quattro e quattr’otto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Desiderate recuperare la memoria? Soriano è a vostra disposizione: vi farà tornare in mente, col vostro permesso, anche ciò che non volevate più ricordare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avete perso le staffe, i sensi, la faccia? Soriano ve li restituirà in un batter d’occhio, come nuovi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Astuto, suadente, cordiale, l’investigatore privato Jack Soriano, un passato da borseggiatore e un presente che viaggia sulle rotte dell’improvvisazione, fa il suo esordio in questa singolare commedia di Antonio Vastarelli. Ed è un esordio col botto, perché il personaggio – e con lui l’opera – è appetitoso, esilarante, effervescente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Campa alla giornata, Soriano, acquattato come un felino (<em>nomen omen</em>) nel suo angusto ufficio-abitazione; non ha certezze, né ha alcuna intenzione di averne: prende la vita come viene, punto e basta. E se la spassa, scherza, si diverte, convinto com’è che ogni impedimento e ogni disgrazia debbano essere affrontati con allegria e leggerezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È indolente, pigro, creativo, sfuggente, Soriano. Sa discernere l’onestà dalla cattiveria e si adatta con rapidità alle situazioni in cui di volta in volta si ritrova coinvolto per caso, per necessità o per invocazione altrui. È irriverente e scorretto quel tanto che basta per sopravvivere in un mondo in cui pullulano bugiardi, approfittatori, ipocriti e individui fuori di testa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un <em>tombeur-de-femmes</em>, Soriano: non c’è donna capace di schivare la sua ragnatela seduttiva, fatta di trame neanche troppo studiate e sofisticate che lo rendono una simpatica, irresistibile canaglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con i suoi modi compassati e la sua perspicacia deduttiva, Jack Soriano ammicca ai detective di scuola statunitense che tanto successo hanno avuto nella letteratura del Novecento: è un Philip Marlowe <em>made in Naples</em>; è provvisto di un pratico cinismo alla Sam Spade; ha i modi pasticcioni di Toby Peters. Cervello sveglio, battuta pronta e faccia da schiaffi, non ha bisogno di farsi valere con pistole e proiettili; la sua arma esclusiva è la favella, con cui spara parole (e giochi di parole) che mettono in scacco ogni interlocutore.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=212%2C297&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1607" width="212" height="297" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=731%2C1024&amp;ssl=1 731w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=214%2C300&amp;ssl=1 214w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=768%2C1075&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=1097%2C1536&amp;ssl=1 1097w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=1463%2C2048&amp;ssl=1 1463w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=640%2C896&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=1024%2C1433&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?resize=357%2C500&amp;ssl=1 357w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/04/COPERTINA-CAUSE-PERSE-01.jpg?w=1773&amp;ssl=1 1773w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Come una calamita, attrae tipi eccentrici, strampalati, i quali gli propinano le circostanze più inconsuete e irrazionali che l’umana esistenza possa partorire. Se non fosse per l’assenza di elementi horror, farebbe concorrenza al fumettistico “investigatore dell’incubo” Dylan Dog, anch’egli quotidianamente alle prese con clienti affatto normali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle donne in cui Soriano si imbatte, la psicologa Sabrina, è incuriosita dalla sua condizione: «Vorrei approfondire questa storia del suo lavoro, questa sua tendenza ad aiutare le persone bizzarre, a cercare cose perse, un’attività molto poetica». Poetica e tuttavia redditizia: Soriano deve pur sbarcare il lunario, indi arraffa banconote a destra e a manca a titolo di ricompensa per le proprie prestazioni <em>sui generis</em>. L’unica eccezione la fa per le performance erotiche: in quel campo si concede gratis e volentieri, con risultati al di sopra della media.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’argomento va fornita una doverosa avvertenza: gustatevi queste pagine senza provare a indovinare l’evoluzione della vicenda (ammesso e non concesso che la vicenda abbia un’evoluzione), godendovi in totale relax ogni passaggio del testo; se al contrario proverete ad avanzare supposizioni e congetture, l’autore vi spiazzerà conducendovi nella direzione opposta a quella immaginata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da meritato vincitore del premio per la scrittura comica intitolato a Massimo Troisi, Vastarelli mostra una notevole padronanza dei meccanismi utili a produrre buonumore e risate; risate colte, intelligenti, pregne di sottintesi e sottotracce che sovente sfociano nel <em>nonsense </em>e negli universi paralleli dell’assurdo e del surreale. Si tratta, come ben sanno i cultori dell’<em>ars ridendi</em>, di un’operazione letteraria – in tal caso anche teatrale – ambiziosa e allo stesso tempo temeraria, poiché se non è governata e dosata nel modo opportuno, rischia di implodere su se stessa. E non c’è peggiore condanna, per uno scrittore dallo stile arguto e brillante, di quella di veder precipitare i propri intenti ilari in una accoglienza fredda da parte dei lettori. Vastarelli sfugge a cotanto pericolo grazie al talento di cui è dotato e agli insegnamenti di grandi autori del passato. Due, in particolare: Eugene Ionesco e Achille Campanile. In “Cause perse” si avvertono con chiarezza gli echi delle loro opere; si pensi, ad esempio, alle <em>pièces </em>“La cantatrice calva” e “La lezione” del drammaturgo rumeno e alle commedie “Il povero Piero” e “L’inventore del cavallo” di Campanile, quattro capolavori che ancora oggi, a diversi decenni dalla loro pubblicazione e dalle loro prime rappresentazioni, mantengono una forza dirompente, in quanto costituiscono una denuncia autorevole delle assurdità, delle follie e delle illogicità che l’umanità manifesta in ogni epoca storica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Cause perse” non ha un attimo di tregua; è una commedia briosa, incalzante, ricca di sorprese. Muovendosi come in una veloce quadriglia, i personaggi di Vastarelli si incrociano, si scambiano di posto, intrecciano l’uno con l’altro azioni, storie e conversazioni. L’esito è una vivace carrellata di avvenimenti da assaggiare scena dopo scena, dialogo dopo dialogo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene allora da chiedersi: chi è davvero Jack Soriano? Un investigatore maldestro o un profondo indagatore di manie e fobie? Un amabile cialtrone o uno smascheratore di paradossi e irragionevolezze?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa commedia è solo un <em>divertissement </em>o un pregevole affresco dei comportamenti sociali contemporanei?</p>



<p class="wp-block-paragraph">A voi le risposte. Io ora mi faccio da parte. Non vorrei cadere nell’errore di farvi perdere tempo e di conseguenza costringervi a scomodare il buon Soriano, che in questo momento starà sicuramente facendo una pennichella sognando di interpretare il ruolo di protagonista in nuove, dilettevoli avventure.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>gustatevi queste pagine senza provare a indovinare l’evoluzione della vicenda (ammesso e non concesso che la vicenda abbia un’evoluzione); se al contrario proverete ad avanzare supposizioni e congetture, l’autore vi spiazzerà conducendovi nella direzione opposta a quella immaginata.</p></blockquote>
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		<title>Da Beslan a Kiev, gli occhi chiusi del mondo su Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Feb 2022 15:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 3 settembre del 2004, Vladimir Putin dà l'ordine di effettuare un blitz per liberare 1.200 persone (in prevalenza bambini) tenuti in ostaggio da 32 terroristi in una scuola di Beslan. È stato appena rieletto presidente della Federazione Russa con un plebiscito e fornisce una tragica prova di determinazone e cinismo, che l'Occidente ha poi sottovalutato per quasi vent'anni. [...]  </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.expost.blog/da-beslan-a-kiev-gli-occhi-chiusi-del-mondo-su-putin/">Da Beslan a Kiev, gli occhi chiusi del mondo su Putin</a> proviene da <a href="https://www.expost.blog"></a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">«<em>Corpi straziati, bambini che urlano e fuggono nudi senza nemmeno sapere che direzione prendere, madri che portano al collo bimbi senza vita o con il corpo devastato da esplosioni, pallottole, dal crollo del tetto di un edificio o da chissà cos’altro. Il terrore è nei loro occhi che si specchiano con quelli dei padri, pieni di rabbia, disperazione e impotenza. Queste le immagini di un massacro al quale, ieri, il mondo ha assistito con orrore, e per il quale nessuno riesce a trovare una giustificazione possibile</em>.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa non è la cronaca di quello che è successo ieri in Ucraina, ma l’incipit di un articolo che scrissi in occasione della strage di Beslan del 3 settembre 2004. Ovviamente io non ero in Ossezia del Nord ma, pur seguendo la vicenda da Napoli attraverso le agenzie (ero caposervizio del quotidiano Napolipiù), quei fatti mi segnarono profondamente e non riesco a dimenticarli: per me hanno rappresentato la dimostrazione pratica dell’assurdità della “guerra”, mirabilmente descritta da Voltaire nel Dizionario filosofico.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="572" height="88" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan3.png?resize=572%2C88&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1566" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan3.png?w=572&amp;ssl=1 572w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan3.png?resize=300%2C46&amp;ssl=1 300w" sizes="(max-width: 572px) 100vw, 572px" /><figcaption>Titolo di Napolipiù del 4 settembre 2004, con bilancio provvisoro delle vttime </figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Quell’episodio mi è tornato alla mente guardando le immagini dell’invasione russa dell’Ucraina. Ed è tornata alla mente anche a chi, come me, in quei giorni dovette decidere cosa pubblicare e cosa non pubblicare, il caporedattore del giornale, Enzo Colimoro, che stamattina mi ha telefonato per sapere se avevo ancora in archivio quelle pagine. Ed in effetti le conservo. In quei giorni, insieme al direttore Giorgio Gradogna, agli altri colleghi della redazione (in particolare al caposervizio di cronaca, Antonio Di Costanzo), discutemmo a lungo sull’opportunità, o meno, di pubblicare le foto dei bambini che piangevano terrorizzati, mentre scappavano nudi, feriti, morti dentro. Erano dei minori, è vero, e la deontologia ci diceva di non pubblicare. Ma, guardando quelle orribili immagini, ebbi l’impressione che difficilmente la loro pubblicazione in una città lontanissima come Napoli avrebbe potuto procurare a quei bimbi un danno ulteriore. Quindi insistei molto, e alla fine le mettemmo in pagina. Fu una scelta dolorosa, ma indispensabile. Non avrei saputo inventare nessuna parola più efficace di quegli occhi smarriti, di quei corpi martoriati per raccontare l’assurdità alla quale stavamo assistendo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan1-1.png?resize=315%2C450&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1571" width="315" height="450" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan1-1.png?w=566&amp;ssl=1 566w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan1-1.png?resize=210%2C300&amp;ssl=1 210w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan1-1.png?resize=350%2C500&amp;ssl=1 350w" sizes="(max-width: 315px) 100vw, 315px" /><figcaption>Una delle pagine di Napolipiù del 5 settembre 2004</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Immagini che conservo non solo in archivio, ma precise nella mente. Immagini che oggi non pubblicherò, se non in piccola parte, garantendo che quelle che ometto sono molto peggiori. Non avrebbero senso oggi. Ma forse potrebbe aver senso, purtroppo, nei prossimi giorni, mostrare al mondo che cos’è davvero la guerra, quali ne sono gli effetti reali sulle persone: le cartine con i carrarmati servono per giocare al Risiko non per scuotere coscienze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma cosa successe in quei giorni? Il primo settembre, 32 terroristi (ceceni e islamici) sequestrarono circa 1.200 persone, soprattutto bambini, in una scuola di Beslan (città della regione del Caucaso appartenente alla Federazione Russa). Dopo trattative andate a vuoto, il 3 settembre, i russi entrano nella scuola con un’azione di forza: il bilancio fu di circa 330 morti, 186 dei quali bambini, ed oltre 700 feriti. Sul motivo per il quale i russi decisero il tragico blitz ci sono molte versioni contrastanti (un errore, un’esplosione improvvisa che fece temere per la vita degli ostaggi (provocata da chi?), informazioni sbagliate su quello che stava succedendo nella scuola). Sappiamo però chi diede l’ordine di entrare: fu Vladimir Putin, appena rieletto per la seconda volta presidente della Federazione russa con il 71% dei voti, un plebiscito.</p>



<div class="wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="250" height="227" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan5-1.png?resize=250%2C227&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1570 size-full"/></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>32 terroristi ceceni e islamici sequestrarono 1.200 persone in una scuola, quasi tutti bambini. Dopo due giorni Putin ordinò il blitz: fu una strage</p></blockquote>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Non c’è dubbio che la responsabilità principale di quelle morti fu dei terroristi, tanto che a Putin e al popolo russo arrivarono le dovute condoglianze di tutti i capi di Stato e di Governo del mondo, ma possiamo affermare con altrettanta certezza (e la stampa internazionale lo fece all’epoca) che in nessuno stato democratico, ed in particolare in Italia, sarebbe mai stata accettata dall’opinione pubblica l’idea di un blitz in una scuola piena zeppa di bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quell’episodio mostrò al mondo la feroce e cinica determinazione di un autocrate che, negli anni seguenti, è stato quanto meno tollerato dall’Occidente e, da alcuni leader politici (da Trump in giù), addirittura additato come esempio di efficienza da seguire. Molti adulatori li ha avuti anche in Italia: è inutile farne i nomi, perché li conoscono tutti.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="561" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?resize=980%2C561&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1567" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?resize=1024%2C586&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?resize=300%2C172&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?resize=768%2C440&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?resize=640%2C366&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?resize=874%2C500&amp;ssl=1 874w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2022/02/Beslan7.png?w=1347&amp;ssl=1 1347w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption>Sezione di pagina da Napolipiù del 5 settembre 2004</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Questa sottovalutazione del &#8220;pericolo Putin&#8221; è figlia di una realpolitik di corto respiro che ha fatto dimenticare a tanti che l’interesse maggiore dell’Europa, la sua ragione fondativa, è la pace basata sull’unità dei popoli, quella pace e quell’unità che l’invasione dell’Ucraina rischia di far andare in frantumi. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per vincere la guerra contro le autocrazie, quindi, più che i soldi e le armi (a volte, purtroppo, indispensabili) servono valori saldi, serve ricordarsi che le democrazie occidentali non sono un incidente della storia ma faticose conquiste che vanno difese innanzitutto da noi stessi, dai nostri troppi compromessi, dalla nostra cecità. L’antidoto al terrore è aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà, che già prorompeva dagli occhi di quei bambini di Beslan sui quali, invece, abbiamo abbassato lo sguardo.</p>
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		<title>Il paradosso del Covid</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Arianna Avondola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 10:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Excursus]]></category>
		<category><![CDATA[amici]]></category>
		<category><![CDATA[covid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il covid è una malattia che divide non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Guardandolo da un altro punto di vista, però, il virus ha anche avvicinato profondamente chi la pensa allo stesso modo. [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In tanti, in questi due anni di pandemia, abbiamo vissuto (direttamente o indirettamente) la faccia disumana del covid: il distanziamento forzoso, la lontananza fisica, il dover evitare gli abbracci e i baci, o (ipotesi più dolorosa di tutte, perché inesorabile) la negazione dell’ultimo saluto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, tutta questa esperienza di dolore ha un risvolto, se così si può dire, positivo: io lo chiamerei “il paradosso del covid”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di una valutazione ottimistica che proprio non appartiene alla mia natura, ciò nonostante è scattata come una molla nella mia mente grazie alle telefonate, casualmente in successione, di tre delle mie amiche più care, che sembrano essersi sincronizzate negli ultimi due giorni inconsapevolmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il covid è una malattia che divide non solo fisicamente, ma anche mentalmente. È una malattia che separa le persone in categorie: vaccinati e non vaccinati, fragili e “forti”, rigorosi ed elastici, paurosi e impavidi, casalinghi e mondani…</p>



<p class="wp-block-paragraph">Differenze che sono sempre esistite, ma che il covid ha improvvisamente accentuato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa strana (e paradossale, appunto) è che, a voler guardare queste differenze da un altro punto di vista, il virus, al contrario, ha avvicinato profondamente chi la pensa allo stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In generale, confrontarsi solo con persone che la pensano come te non è un bene: è solo grazie al confronto con ciò che è diverso che si riesce a costruire un pensiero critico personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo caso, però, i simili si sono riconosciuti tra loro e per molti è stata un’esperienza rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quasi cinquant’anni mi sono ritrovata a condividere i medesimi pensieri con gli amici che da sempre considero i più cari e questa cosa mi ha confortato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non nel senso che così credo di aver ragione io e che tutto il resto del mondo sia nel torto. Semplicemente mi conforta l’essermi ritrovata tra miei simili, forse perché mi sono sentita fortunata per aver scelto bene le persone da amare. E parlare con loro, riconoscermi nei loro pensieri, mi ha profondamente consolato e sostenuto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-right is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Grazie al virus, i simili si sono riconosciuti tra loro e per molti è stata un&#8217;esperienza rassicurante condividere le idee con gli amici più cari</p></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Intendiamoci, non sto parlando di un “pensiero unico”, perché le differenze tra noi (per fortuna) resistono, ma sono quelle caratteriali. I massimi sistemi, invece, che rispecchiano i principi etici e morali, il rispetto per le regole e per il sociale, il senso della comunità, ecco, quelli sono identici e totalmente condivisi. Questo è confortante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, perciò, spero che il covid sparisca al più presto anche per un altro motivo: vorrei tanto che mio figlio possa conoscere più mondi possibili, i pensieri più diversi e le persone più strane e lontane da lui, per potersi ritrovare un giorno con pochi, carissimi, suoi simili!</p>
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		<title>Cogito ergo Webbo! Cartesio, il dubbio e il Cacciari in TV</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gaetano Munno]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Nov 2021 10:38:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extreme]]></category>
		<category><![CDATA[Cacciari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Esistono due Cacciari, il filosofo ed il personaggio televisivo. Quest’ultimo ha molto poco di filosofico ma, in compenso, ha come alter ego il Cacciari filosofo. Quando va in televisione parla come “Cacciari in TV” ma si porta dietro anche il “Cacciari prof”. I siparietti con Lilli Gruber sono ormai da antologia [...]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Massimo Cacciari è un noto filosofo, docente universitario. Una personalità di rilievo della filosofia italiana. Questo è quello che dicono tutti ed io ci credo, personalmente non sarei all’altezza di esprimere un giudizio sul filosofo Cacciari anche perché, lo ammetto, non ho mai letto un suo libro. Ho visto qualche sua lezione sul web e lo trovo piuttosto noioso e poco coinvolgente, mi trasmette una strana sensazione, come se ad ogni pausa pensasse «io so tutto e voi non sapete niente»: ma mi rendo conto che forse è solo una mia fisima.&nbsp; Mi ripeto, per quel poco di filosofia che mastico non mi permetterei mai di esprimere un giudizio su questo emerito professore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma esistono due Cacciari, io credo, il filosofo ed il personaggio televisivo. Quest’ultimo ha molto poco di filosofico ma, in compenso, ha come alter ego il Cacciari filosofo. Quando va in televisione parla come “Cacciari in TV” ma si porta dietro anche il “Cacciari prof”. I siparietti con Lilli Gruber sono ormai da antologia, tanti spettatori lo seguono in attesa della scena che ormai è diventata un classico, la minaccia di lasciare lo studio tentando, con fare impacciato, di liberarsi del microfono, magari dimenticando l’auricolare.</p>



<div class="wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="541" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?resize=980%2C541&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1541 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?resize=1024%2C565&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?resize=300%2C166&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?resize=768%2C424&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?resize=640%2C353&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?resize=906%2C500&amp;ssl=1 906w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cacciari-gruber.jpg?w=1100&amp;ssl=1 1100w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<h3 class="wp-block-heading">I siparietti con Lilli Gruber sono da antologia, gli spettatori attendono che Cacciari minacci di lasciare lo studio tentando, con fare impacciato, di liberarsi del microfono.</h3>
</div></div>



<p class="wp-block-paragraph">Il “Cacciari in TV”, nell’ultimo suo intervento (parlando di vaccini e green pass), ha rivendicato il carattere costitutivo della sua professione: criticare e insinuare dubbi. Le strade della filosofia, d’altronde, sono lastricate di pensatori dubbiosi. “Se dubito esisto” diceva Sant’Agostino, per non parlare del dubbioso più famoso della storia della filosofia: Cartesio. (Meditazioni cartesiane).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cartesio.jpg?resize=138%2C184&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1539" width="138" height="184" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cartesio.jpg?w=512&amp;ssl=1 512w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cartesio.jpg?resize=225%2C300&amp;ssl=1 225w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/cartesio.jpg?resize=375%2C500&amp;ssl=1 375w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" /><figcaption>René Descartes &#8211; Cartesio</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">Cartesio meditava, ma meditava di fronte ad una stufa (così si racconta), la stufa non interagiva e la legna continuava a bruciare, lo sguardo di Cartesio verso il fulgore della fiamma, il fuoco unico ascoltatore dei dubbi di Cartesio.<br>Per Cacciari è diverso, il cogito (la meditazione, il pensiero carico di dubbi) ha un supporto, un interlocutore, non è una vera e propria meditazione solitaria, è bensì sostenuto da un fuoco elettronico: il personal computer. «I dubbi sono posti da me e da tanti altri scienziati tacitati, io mi informo, mi informo navigando sul web dalla mattina alla sera!» (M. Cacciari su La7)<br>Ecco, dalla stufa di Cartesio al computer di Cacciari.<br>Cogito ergo Webbo!</p>
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		<title>Una vita tra il Serio e il faceto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Vastarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Nov 2021 14:59:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Extraterrestri]]></category>
		<category><![CDATA[Camorra]]></category>
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		<category><![CDATA[ExPost]]></category>
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		<category><![CDATA[Giorgio Bocca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Il Nord non capisce il nostro stile di vita. Qui si vive e anche bene». Questo sostenne Michele Serio, scrittore multiforme e irregolare, tra gli autori cult del pulp italiano (morto il 24 ottobre scorso), in un'intervista che mi rilasciò esattamente 15 anni fa e che oggi vi ripropongo. [...]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.expost.blog/una-vita-tra-il-serio-e-il-faceto/">Una vita tra il Serio e il faceto</a> proviene da <a href="https://www.expost.blog"></a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<pre class="wp-block-verse has-small-font-size"><em>Il 24 ottobre scorso è morto Michele Serio, scrittore multiforme e irregolare, tra gli autori cult del pulp italiano. Per ricordarlo, ripubblico – a seguire – un’intervista che mi ha rilasciato esattamente 15 anni fa (il 4 novembre del 2006) per il quotidiano Napolipiù. Lo spunto era una polemica nata da alcune affermazioni del giornalista Giorgio Bocca il quale sosteneva che a Napoli avesse vinto la camorra. Dalle risposte di Serio emerge il suo sguardo ironico, ma mai scontato, sulla città che amava proprio per i suoi (presunti) difetti.</em></pre>



<p class="is-style-default wp-block-paragraph">Michele Serio, scrittore partenopeo, nel suo libro “Napoli corpo a corpo”, contraddice le tesi catastrofiste di Giorgio Bocca (il quale sostiene su <em>L’Espresso</em> di ieri che a Napoli ha vinto la camorra): «La criminalità c’è sempre stata, ma noi napoletani abbiamo già trovato il sistema di combatterla, sopravvivendo, ma anche vivendo, amando. La verità è che il Nord si rifiuta di capire il nostro stile di vita».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Ma come, Serio, Napoli è sulle prime pagine di tutti i giornali per l’emergenza criminalità, Bocca su <em>L’Espresso</em> dice che ha vinto la camorra, e lei minimizza?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«A me sembra la Napoli di sempre. C’è solo un problema contingente causato dall’indulto».</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=249%2C347&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1517" width="249" height="347" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=733%2C1024&amp;ssl=1 733w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=215%2C300&amp;ssl=1 215w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=768%2C1073&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=1099%2C1536&amp;ssl=1 1099w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=1466%2C2048&amp;ssl=1 1466w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=640%2C894&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=1024%2C1431&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?resize=358%2C500&amp;ssl=1 358w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/pp-bocca-serio.jpg?w=1622&amp;ssl=1 1622w" sizes="(max-width: 249px) 100vw, 249px" /><figcaption><em>La pagina di Napolipiù <br>del 4 novembre 2006<br>con l&#8217;intervista a Michele Serio</em></figcaption></figure></div>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Prodi sostiene che le statistiche non confermano la tesi che sia colpa dell’indulto.</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Ma io sono una persona abituata ad ascoltare, mi fido delle mie statistiche, quelle del vicolo. Deve sapere che, in estate, alcune persone di strada mi hanno fatto presente che sarebbero tornate molto tardi dalle vacanze, almeno a fine settembre, perché, dopo l’indulto, si prevedeva un po’ di casino».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Quindi, l’emergenza Napoli esiste?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Solo in maniera contingente a causa dell’indulto. C’è stata una grave sottovalutazione di quello che poteva accadere al Sud dove esiste una grossa presenza della criminalità organizzata. E mi dispiace che a varare il provvedimento sia stato un politico campano. Forse l’avrà fatto perché si chiama Clemente. Ma, devo essere sincero, io avrei preferito che il ministro della Giustizia si chiamasse Severo».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Lei si chiama Serio, eppure scherza. Se la vuole cavare con una battuta?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«È la situazione nella quale viviamo in questi giorni a non essere seria».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Quindi, se si tratta di un fatto contingente, non è giustificato &#8211; lei sostiene &#8211; tutto questo clamore sulla stampa nazionale. Di cosa si tratta, allora, di una “recrudescenza” dei mass media?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Direi di sì. Questo tipo di “recrudescenza” è ciclica. Ma non si preoccupi, tanto di solito dura sei sette giorni, poi l’attenzione calerà perché non si tratta di un’attenzione seria. Quando c’è la notizia ci si avventa sopra, poi tutto torna in sordina e chi se ne frega!».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Ammetterà che la criminalità a Napoli esiste. Vede particolari responsabilità politiche?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Del governo sicuramente. L’indulto è stato un provvedimento superficiale e stupido. Per quanto riguarda le istituzioni locali, sinceramente, quelle attuali non mi sembrano né peggio, né meglio di quelle che le hanno precedute. E non faccio un discorso politico, ma di risultati».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Eppure, alle elezioni, il centrosinistra ha sempre stravinto a Napoli e in Campania, negli ultimi tredici anni. Come se lo spiega?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Con il fatto che l’opposizione non esiste e la gente vota sempre gli stessi perché non ha una reale alternativa. Infatti, io dividerei equamente le colpe, al cinquanta per cento, tra governo e opposizione».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Quindi, ha ragione <em>L’Espresso</em>, Napoli è perduta?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Napoli è così da un’eternità. È da sempre che viviamo in questa situazione fatta di politici che non sono l’ideale e di intellettuali fumosi. Ma, in fondo, si vive bene».</p>



<div class="wp-block-media-text alignwide is-stacked-on-mobile is-vertically-aligned-top" style="grid-template-columns:35% auto"><figure class="wp-block-media-text__media"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" width="980" height="827" src="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio.jpg?resize=980%2C827&#038;ssl=1" alt="" class="wp-image-1519 size-full" srcset="https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=1024%2C864&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=300%2C253&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=768%2C648&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=1536%2C1295&amp;ssl=1 1536w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=2048%2C1727&amp;ssl=1 2048w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=640%2C540&amp;ssl=1 640w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?resize=593%2C500&amp;ssl=1 593w, https://i0.wp.com/www.expost.blog/wp-content/uploads/2021/11/Michele_Serio-scaled.jpg?w=1960&amp;ssl=1 1960w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></figure><div class="wp-block-media-text__content">
<h3 class="wp-block-heading">«La verità sa qual è? Al Nord non vogliono capire, anzi, diciamo che non capiscono il nostro stile di vita. Vengono qui, ci giudicano e poi se ne vanno.»</h3>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
</div></div>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Se la sente Bocca, si arrabbia.</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Non so a Milano, ma a Napoli i ristoranti sono sempre pieni. Abbiamo uno sportello bancario ogni quattro metri, tremila società finanziarie. A me non sembra affatto che la gente si stia per suicidare. Io vedo gente che vive, sopravvive, ama. Mi sembra di vedere anche un sacco di gente gioiosa. Come da secoli a questa parte».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Quindi, tutto bene?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Tutto come al solito. Sono secoli che campiamo così, nel bene e nel male, sfornando camorra, ma anche generazioni di comici, scrittori, musicisti, cantanti. La verità sa qual è?»</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Quale?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Che al Nord non vogliono capire, anzi, diciamo che non capiscono il nostro stile di vita. Vengono qui, ci giudicano e poi se ne vanno. Io e lei, che siamo persone civili, se andiamo in Uganda e vediamo persone che ballano seminude non pensiamo che sono sporcaccioni ma, da Occidentali intelligenti, rispettiamo i loro costumi. O no?».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Quindi, si tratta solo di stili di vita?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Stiamo parlando dell’Italia. Una nazione che ha una storia lunghissima, con città antiche che hanno abitudini molto diverse tra loro e tutte consolidate. Lei ha presente il <em>way of life</em> americano?».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>Prego?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Parlo dello stile di vita statunitense, quello che si è affermato in tutto il mondo perché era vincente. Ecco: ognuno ha il suo stile e Napoli ha il suo».</p>



<h3 class="has-normal-font-size wp-block-heading"><strong>E il Nord teme di essere colonizzato dal nostro <em>way of life</em>?</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">«Non so, ma se dovesse succedere, vuol dire che le nostre abitudini sono vincenti».</p>
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